I genitori: questi (s)conosciuti

Un altro ruolo di questa società è quello condiviso dai genitori.

Genitori —> Generano la vita

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo (Tolstoj)

Si dice che sia facile diventare genitori ma non altrettanto facile esserlo.

Ed è proprio così.

Ognuno di noi ha cammini personali, traumi e ricordi positivi, ricordi nascosti sotto la sabbia, quasi dimenticati, episodi che ci hanno formato, e siamo sicuramente il risultato delle nostre esperienze e delle nostre vite, miscelato alla nostra indole, natura e forze e debolezze.

Il figlio di due serial killer può diventare alternativamente un altro serial killer o, di riflesso, Gandhi. Chi può dirlo.

Ma la specie peggiore, secondo me, a parte quella degli ipocriti, è quella di chi, credendo di fare bene, fa male, molto male.

Per alcuni il “fare bene” è solo un alibi da dire ad alta voce per poter poggiare la notte la testa sul cuscino (e non saprei dire nemmeno se ci riescono davvero… nei casi peggiori SI). Per altri “fare bene” è un’intenzione reale, non supportata però da una sufficiente obiettività e forza d’animo, quella che consente di pronunciare qualche “NO” per esempio, anche alle persone a cui non si riusce a dirlo.

Tutto questo può avere una certa valenza quando si parla di amici, conoscenti o partner.

Persone con cui bene o male possiamo scegliere SE avere una relazione e di che tipo.

Ma con i genitori tutto è diverso.

Sono l’ambiente nel quale cresciamo, ci formiamo; sono le prime voci che sentiamo quando i nostri corpicini minuscoli si formano nel ventre materno, sono le prime persone con cui interagiremo e le uniche con cui avremo strettamente a che fare per i primi anni di vita.

Saranno i nostri confidenti, antagonisti, aiutanti, il nostro nucleo, la nostra famiglia… non possiamo scegliere SE avere una relazione con loro perchè la relazione con loro ESISTE A PRESCINDERE DA TUTTO, perchè portiamo i loro geni in corpo.

Non basta smettere di parlarsi per smettere di essere figli o per smettere di essere genitori.

E’ una carica “a vita”.

Eppure molti genitori non riescono ad essere delle guide per i figli. Delle guide valide perlomeno.

Molti genitori si affidano a culti di acclamata o dubbia natura e inguajano la loro vita e i loro figli, quasi sempre senza rendersene conto, credendo di fare “la cosa giusta”. Testimoni di Geova che rifiutano trasfusioni di sangue, ad esempio, hanno lasciato morire le proprie figlie di parto o di altre cose tranquillamente risolvibili.

Per non parlare poi di altre dottrine religiose che hanno letteralmente bacato i cervelli di generazioni intere. Bibbia presa ALLA LETTERA e cose del genere.

Poi ci sono i genitori che non sono in grado di prendersi cura di se stessi però poi, GIUSTAMENTE, fanno i figli. Giustamente un paio di palle.

Chi decide di prendersi una responsabilità del genere deve essere certo di essere in grando di poter svolgere il suo compito al meglio, senza inguajare generazioni e generazioni. Un po’ come chi prende un cane dovrebbe essere convinto del gesto che fa, la sostanza non cambia, ma la ripercossione sulle generazioni nel caso umano è ovvia.

Cattivi genitori spesso generano altri futuri cattivi genitori e così via, perchè nessuno darà gli strumenti adatti e sani ai propri figli per allacciare e instaurare relazioni sane.

Una catena di sofferenze che si spezza soltanto nel momento in cui qualcuno si accorge della reiterazione dell’errore e decide di porvi rimedio.

E vi assicuro che il rimedio, cioè scavare dentro se stessi e capire tante cose, è altrettanto doloroso.

Ma è un dolore necessario, come quando c’è bisogno di operarsi.

Gli altri tipi di genitori per me  non sarebbero nemmeno da contemplare perchè non dovrebbero nemmeno esistere.

Genitori egoisti, ipocriti, svogliati. Genitori alla ricerca della scorciatoia e del “male minore”.

Genitori che se ne sbattono della reputazione che hanno nelle teste dei propri figli e continuano a collezionare stronzate su stronzate fino a rendersi quasi schifati.

Io non so come sia possibile non  provare empatia per i propri figli.

Io provo empatia già con i miei animali e con le persone a cui voglio bene, sono cresciuta ponendomi una serie infinita di domande e colpevolizzandomi anche laddove non dovevo perchè cercavo sempre i motivi per i quali, ad esempio, qualcuno mi trattava male. Perchè?

Perchè è più facile credere che gli altri ci trattino male per colpa nostra che per colpa loro, se si tratta di qualcuno a cui teniamo.

Ma tutto questo poi porta ad intrattenere relazioni sbagliate con persone sbagliatissime, che spesso se ne approfittano di questo stato di cose per manipolare e portare gli eventi in proprio vantaggio.

Ho fatto un percorso molto lungo, che dura ancora, cammina ancora, per capire che le cose stanno molto diversamente da come sembra, che le cose non dovrebbero essere così complicate e che le cose sane, giuste, sono anche semplici.

Non cerco più le cose “strane”, avventurose, amiche conoscenti o partner di merda, cerco solo le persone “giuste” con cui poter interagire.

Ma il rapporto con il mio “nucleo generativo” resta complicato e pieno di contraddizioni.

Annunci

Ma vafangùl tu e Mammìn!

In 2 giorni mi sono capitati due articoli davanti agli occhi, uno scritto in chiave simpatica e ironica, ma assolutamente veritiera, l’altro in chiave più, ahimè, seria, ma la sostanza è la stessa.

Quello che siamo oggi è sicuramente frutto di quello che abbiamo fatto e che siamo stati ieri, e delle esperienze che a causa nostra, o di altri, abbiamo vissuto o siamo stati costretti a vivere.

In primis, la vita familiare, che ci condiziona sin da quando siamo embrioni in formazione…

Dateci n’occhiata.

I 6 tipi di genitori che ti hanno causato anni di terapia

 

tipi di genitori

Quale è stato il più grande merito di Freud? E’ semplice, quello di permettere a ciascuno di noi di non prendersi la responsabilità per ciò che facciamo e scaricare le colpe sui nostri genitori, specialmente se non ci hanno ricoperto di lodi quando la facevamo nel vasetto, bloccandoci la cosiddetta fase anale; l’incommensurabile, ineluttabile, indefettibile, ineguagliabile, insuperabile, inscindibile, inarrivabile fase anale. Perciò oggi parleremo di sei tipi di genitori che ci hanno causato anni di psicoterapia. Ognuno ha quel che si merita!

 

 Mamma elicottero

 

Il fenotipo della mamma elicottero è molto comune in Italia. Questo esemplare infatti sembra aver attecchito in tutto il mediterraneo grazie alle favorevoli condizioni ambientali. La mamma elicottero è morbosamente ossessionata dai figli, che controlla costantemente 24 ore al giorno pulendogli il sedere anche quando questi hanno compiuto 37 anni. E’ molto protettiva e rinchiude i suoi cuccioli in una gabbia per la maggior parte della loro vita; stando alle sue parole, lo fa perché li vuole proteggere dalle insidie del mondo. In realtà la mamma elicottero mira a non separarsi dal suo cucciolo per tutta la vita, per questo lo alleva durante l’infanzia e l’adolescenza a non affrontare il mondo, risolvendogli i problemi, impedendogli di uscire, creandogli fobie sociali, ipocondrie, sessuofobia, e tutte quelle altre meravigliose conseguenze nascoste sotto un accesso di affetto. Così quando a 20 anni il pargoletto andrà in vacanza con i suoi amici per la prima volta, tornerà a gambe levate e in lacrime a casa perché una ragazza lo ha guardato negli occhi per sette secondi. La mamma elicottero sarà contenta di riavere il suo povero piccolo bambino che ha tanta paura del mondo cattivo, poverino lui picci picci picci, cucciu. Peggio di un film Horror.

 

 Conseguenze di una mamma elicottero:

 

  • verginità a vita
  • omosessualità latente
  • non riuscire a dormire senza la mamma

 

 Anni di terapia: a vita

 

 Papà maresciallo

 

Il classico padre scassacoglioni è il papà maresciallo. Convinto del sapiente potere della disciplina per allevare i figlioletti, non fa altro che instaurare un regno del terrore in casa propria. Pretende dal figlio di 6 anni la maturità di un giudice della corte dei conti, ed è convinto che i bambini vadano picchiati per un corretto sviluppo psicofisico. Per questo il papà maresciallo è dotato di diversi gadget, quali la pratica frusta portatile (detta cintura), il battiscopa in pelle umana (la mano), e in alcuni casi il tirapugni. Questo porterà i figli ad essere dei perfetti esempi di ordine e sobrietà in casa, ma li trasformerà in delle bestie assetate di sangue al di fuori del contesto casalingo, dove pesteranno a sangue altri bambini per rivivere dall’altro lato l’affettuoso rapporto carnefice-vittima.

 

Una volta raggiunta una certa età il papà maresciallo perde la propria autorità a causa dell’invecchiamento e del declino fisico. E’ a quel punto che si ritroverà trattato come una merda di scrofa dai propri figli, che lo sbatteranno in un ospizio dopo essersi assicurati che si tratta di uno di quegli ospizi dove le inservienti prendono a manganellate gli anziani.

 

 Conseguenze di un papà maresciallo:

 

  • omosessualità latente ereditaria
  • tendenze antisociali
  • ipertensione

 

 Anni di terapia: sette anni più corso di T’ai chi ch’uan

 

 Mamma in carriera

 

La mamma in carriera è l’abominio del ventunesimo secolo. Decide di figliare spinta dal motto «Non importa la quantità di tempo che passi con i figli, ma la qualità», infatti riesce a dedicare ai propri pargoli fino ad un quarto d’ora al giorno, a volte anche venti minuti, mentre si depila le gambe in bagno in videoconferenza con il suo capo. Si sente comunque una gran donna, costretta a lavorare così tanto per i propri figli, per garantirgli un futuro, per loro, «che gran donna che sono», «quanti sacrifici», «Erin Brockovich me fa ‘na pippa», ecc…ecc… In realtà lo fa per se stessa, fosse per lei non farebbe figli ma si sente obbligata per il retaggio cattolico. Le conseguenze sono tragiche per i bambini, sempre soli, abbandonati in automobili al sole per ore ed ore nel parcheggio di qualche cliente importante. Cosa positiva però sono i giochi, tanti costosi giocattoli, poi lo scooter superfigo, la macchina a diciott’anni, insomma l’essere viziati. Ei, non è poi così male.

 

 Conseguenze della mamma in carriera:

 

  • obesità
  • disoccupazione
  • tumore alla pelle

 

 Anni di terapia: molti, ma non perché sia necessario, solo perché costa molto

 

 Papà giovane e cool

 

Il papà giovane è quella bestia insopportabile che trasforma l’adolescenza di molte persone in tragedia. E’ un padre che vuole mostrarsi giovane, cool, aperto, al passo coi tempi. Quando i vostri amici vi vengono a trovare a casa mette il cd di Moreno di Amici a manetta sullo stereo pensando di essere giovane, cool, aperto, al passo coi tempi. Quando uscite il sabato sera ve lo trovate in tutti i bar o le discoteche che frequentate, e lui viene a salutarvi e a scherzare con i vostri amici pensando di essere giovane, cool, aperto, al passo coi tempi. Quando presentate la vostra fidanzata alla famiglia, lui dopo un mese se la scopa pensando di essere giovane, cool, aperto, al passo coi tempi.

 

 Conseguenze del papà giovane e cool

 

  • rabbia repressa
  • psoriasi
  • carcere

 

Anni di terapia: molti, ma tutti gratis perché vi beccate uno psicologo appena laureato pagato dallo stato per il programma di riabilitazione dei galeotti.

 

 Mamma troia

 

La mamma troia è molto giovane, in media ha all’incirca tredici anni più del figlio. Ragazza madre per ovvie tendenze alla generosità sessuale, la mamma troia rimane troia per tutta la vita. Regala ai figli una divertente collezione di figure paterne, dal poliziotto all’intellettuale, dal buttero allo zio, dal vicesindaco al preside, dalla mamma del migliore amico al prete del paese. Raggiunti i vent’anni i poveri pargoli se la ritrovano in discoteca, spesso se la limonano accidentalmente a causa del buio del locale. Molto spesso la mamma troia rimane gravida dopo che il primo figlio l’ha resa nonna, creando quelle buffe scenette che vediamo quando un ragazzino di 12 anni chiama un bambino di 3 zio.

 

 Conseguenze della mamma troia

 

  • misoginia
  • alcolismo
  • il processo di Biscardi

 

 Anni di terapia: una seduta da dieci minuti, il tempo necessario per capire di chi è la colpa

 

 Papà perdente

 

Il papà perdente è un dagherrotipo sempre più presente nella nostra cultura. Caratteristica principale è quella di essere stato lasciato dalla moglie che lo ha ridotto sul lastrico, mangiandogli l’80% dello stipendio, fregandogli la casa, la dignità e la moto. Il padre perdente è povero, quindi costretto a regalare calzini di lana per natale. Ogni volta che la ex moglie gli permette di vedere la sua prole, il papà perdente scoppia in lacrime davanti ai figli, baciandoli e sbavando la sua saliva ormai mista a lacrime. A lavoro è maltrattato, dagli amici è maltrattato, dalla sua famiglia è maltrattato. Insomma una figura paterna ideale per costruirsi una buona autostima.

 

 Conseguenze del papà perdente:

 

  • calvizie
  • rinuncia all’eredità
  • sindrome di Milhouse

 

 Anni di terapia: è molto probabile che diventiate psicanalisti per compensare.

fonte

Genitori violenti: biasimo o compassione?

Le violenze in famiglia avvengono in tutti i ceti sociali e commesse da persone con un particolare disturbo di personalità maturato in contesti a loro volta violenti


 

Un bambino sfugge dalle mani della madre e corre per raccogliere una figurina; la madre, spaventatissima, lo riacchiappa e lo percuote violentemente. 

Il bambino, che fino a quel momento aveva un’espressione serena e divertita, ora è spaventato e dolente. 

Ci domandiamo: quale forma educativa è stata veicolata dalla madre al figlio?
Il bambino ha appreso a non farlo più?
E anche se così fosse a quale prezzo?
L’aggressione della madre ha un significato per il bambino?
E qual’ è questo significato? 

Prima di rispondere a queste domande voglio invitarvi a pensare se avete mai visto una reazione diversa della madre o del padre nella medesima situazione. Mi viene in mente una scena in cui una madre abbraccia e bacia suo figlio, contenta per lo scampato pericolo. Sono sicuro che questa immagine ha un effetto più rassicurante di quella prima descritta. E in effetti penso che chi legge sia d’accordo con me su questa seconda modalità di comportamento salvo, però, a fare dei distinguo sul suo valore educativo. 

Si dirà che in questo modo il bambino continuerà a comportarsi male e alla prossima occasione ripeterà il suo gesto pericoloso. Vediamo ora di dare un significato alle perplessità prima menzionate. 

A due anni di età non è possibile attribuire un nesso causale tra il correre per la strada con una buona motivazione e il pericolo di essere investito da un auto. Il bambino di due anni non è in grado di effettuare questa connessione per cui l’espressione di rabbia della madre e le percosse gli appaiono prive di significato. Evidentemente questa non è una forma educativa perché il bambino rincorrerà alla prossima occasione qualsiasi oggetto attragga la sua curiosità, anche per strada. 

Se non si comprende la ragione, una punizione è sempre inefficace; anzi, le punizioni di questo genere nei bambini attivano una generica e diffusa paura che investe completamente il bambino in qualsiasi altra situazione e lo inibirà nelle sue iniziative. 

Questa forma di inibizione, cioè generica e pervasiva è stata descritta come impotenza appresa in esperimenti compiuti sui cani qualche tempo fa. Picchiare il bambino non ha alcun valore educativo e nemmeno lo aveva nelle intenzioni della madre ma scaturisce unicamente dalla paura. Non è un’eccezione: quando si prova una forte paura o si scappa, o si rimane immobilizzati , oppure si aggredisce. 

Quindi la signora ipotetica ha picchiato suo figlio per paura. La sua reazione furiosa ha l’unica motivazione nella paura provata e nel mancato controllo della sua rabbia.
Ipoteticamente possiamo immaginare che ella reagirà allo stesso modo in situazioni simili, per cui l’aggressione del figlio è la risposta al rischio di perderlo, l’angoscia e la collera in questo caso procedono insieme. 

Questo strano fenomeno doveva pur avere un valore adattivo un tempo se permane ancora oggi. In realtà, la collera del genitore nei confronti del figlio quando questo non si comporta secondo certe regole è giustificata ed è di un certo valore nel mantenere la relazione tra di loro. 

Ma, com’è del tutto ovvio la collera può essere eccessiva e incontrollata e portare a conseguenze orribili. Fortunatamente non tutti siamo portati a comportamenti così esasperati e brutali. Quelli invece che non riescono a fare altrimenti sono stati essi stessi vittime di un comportamento violento e sconsiderato da parte dei loro genitori o, comunque, di chi li ha accuditi durante la loro infanzia. 

Queste persone sembrano vittime di un destino crudele che tende a trasmettersi attraverso le generazioni dai genitori ai figli. In questo modo i figli vittime di violenza diventeranno a loro volta, e loro malgrado, persecutori dei propri figli. E non è il caso solo di condizioni di disagio economico o condizioni marginali. 

Le violenze in famiglia avvengono in tutti i ceti sociali e commesse da persone con un particolare disturbo di personalità maturato in contesti a loro volta violenti. Ancora troppi bambini vengono maltrattati dai loro genitori e il nostro orrore di fronte a questi, al comportamento di questi genitori è oggi mitigato dall’aumento delle nostre conoscenze sul tipo di infanzia vissuta da questi stessi genitori. 

E anche se è inevitabile provare orrore di fronte ai loro atti, il fatto di conoscere di più sul modo in cui sono giunti a comportarsi così violentemente evoca compassione piuttosto che biasimo. 

Ben lontano dal rifiutare di vedere che talvolta i genitori agiscono in modo orribile, noi psicologi cerchiamo dei modi per soccorrere le vittime, i bambini come gli adulti, le vittime psicologiche come quelle fisiche. Soprattutto cerchiamo delle modalità per impedire che gli schemi di comportamento violento si sviluppino anche nelle nuove famiglie.

Dott. Paolo Mancino
 
Per sdrammatizzare,
volevo mettere qui un classico esempio di “Mamma Elicottero” 🙂
e volevo anche dire che, da persona che ha subito qualcuno di questi esempi (ma sicuramente ce ne sono altri), è vero, si è portati a emulare purtroppo le situazioni vissute, ma fino ad un certo punto. Fino ad un certo limite. Ognuno di noi ha la possibilità di scegliere in base alle proprie esperienze, e soprattutto sofferenze, se diventare migliore o peggiore, o addirittura uguale al proprio “aguzzino”, se vogliamo definire così un cattivo genitore… Sicuramente alcuni processi sono inconsci, e sicuramente li mettiamo in atto senza nemmeno accorgercene a volte, però, almeno a me, è capitato che mi sia successo, e che nel momento esatto in cui mi succedeva pensavo: “non lo rifarò mai più”, e così è stato.
Perdere il controllo di se stessi equivale anche a perdere la consapevolezza e la lucidità di quello che si VUOLE essere, e credo che questo sia importantissimo da tenere a mente, chi si VUOLE essere e non “chi si è costretti ad essere perchè non ci si può fare niente”.
Non esiste il “non ci posso fare niente”, mai.
C’è sempre una scelta, e dovrebbe essere sempre una scelta che ci rende onore il più possibile… Se non si comincia dal piccolo a cambiare le cose, se si aspetta che sia sempre qualcun altro a dover fare la prima mossa, a mostrare “più coraggio”, a fare quello che deve venir fatto, se tutti ragionassero così, non ci sarebbe la minima speranza di cambiare mai nulla.
Tutti noi, individualmente e poi in massa abbiamo il POTERE di cambiare le cose.
Fare il genitore è sicuramente un mestiere difficile, ma ci sono errori e errori, errori capibili, errori comuni, errori che rientrano in certi limiti, ed errori invece che oltrepassano qualunque tipo di limite, e lì non è che ci sono molte scelte, per non finire inviluppati nel circolo vizioso creato dall’ “autorità/rispetto a priori perchè sono mia mamma e mio padre” c’è una sola cosa da fare: separarsi.
Io l’ho dovuto fare.
All’epoca l’ho dovuto fare, i rapporti con mio padre erano assenti all’80% e con mia madre era un furore continuo, incontrollato e violento. I momenti di pace sin da quando ero lattante si contavano su poche dita. E allora feci quello che dovevo fare, me ne andai.
Fu doloroso per tutti, tra l’altro non avevo nemmeno la stabilità economica per farlo, ma pensai che in quel momento la cosa più importante era salvarmi. E a distanza di anni posso dire che mi sono salvata.
Dopo mesi e mesi trascorsi senza parlarci, abbiamo ripreso i rapporti, e sono anche diventati molto migliori di prima, paradossalmente.
La distanza non ha diminuito l’affetto, ma ha allontanato le divergenze e i malesseri.
Mi aspettavo qualunque cosa, potevo anche non tornare mai più a parlarmi con i miei genitori, in realtà non sapevo quello che sarebbe successo, ma per me un evento scatenante fu la conferma ultima di quello che dovevo fare, del fatto che mi dovevo salvare, e quella era la priorità.
Qualunque cosa fosse successa, quella era la priorità.
Poi il tempo dà tutte le risposte, e io ho avuto le mie, magari qualcun altro ne ha avute altre, ma alla fine anche nei casi di famiglie “tranquille” una cosa dovrebbe far riflettere, quando nasce un bambino qual’è la prima cosa che si fa? Si taglia il cordone ombelicale. Il bambino è una nuova vita che viene al mondo, indipendente da quel momento del taglio, una vita di cui ci si deve prender cura certo, soprattutto fin quando non è autosufficiente, ma di cui si è anche responsabili, quando diventerà adulto, di chi diventerà.
In ogni caso, tagliate il cordone ombelicale se non volete finire come Robertino 🙂
Con tutto l’amore e la devozione per i genitori, che non sono sempre perfetti, come non lo sono gli amici, i fidanzati, gli amanti, i colleghi, i fratelli, etc… Non esiste il rispetto a priori, per nessuno, nemmeno per chi ci ha dato la vita, se ogni giorno poi dimostrano di volersela riprendere, se ogni giorno ci fanno sentire come “di proprietà” attraverso schiaffi, calci, minacce, ricatti affettivi, iperprotezione etc…. Se siamo nati, è per campare una vita che valga la pena di essere vissuta fin quando non finisce, non per farci spaccare gli zebedei fin quando non crepiamo noi o loro 🙂

Buona giornata!

MiPiace/NonMiPiace

Mentre sparano i consueti fuochi rompicoglioni e cafoni che mi fanno sclerare i cani tutte le sere, ho pensato di stilare una lista delle cose che mi piacciono e che non mi piacciono, così da fare un po’ di ordine nel mio cervellino attualmente troppo scombinato.
Non sono mai stata una persona instabile o con idee confuse, o che ha preso decisioni opposte nell’arco di pochi giorni, eppure mi rendo conto che ultimamente è quello che sono diventata, e non per voglia mia, e la cosa non mi piace per niente, ho perso completamente l’equilibrio e il controllo di molte cose, una su tutte, oltre i chili che ho perso: me stessa.

MiPiace
Mi piacciono tanto gli animali, il loro essere svincolati dalle nostre idiote sovrastrutture mentali, la loro mancanza di ipocrisia, il loro essere sempre veri, naturali, nel bene e nel male, il loro linguaggio che si può imparare a tradurre e capire, le loro piccole e grandi e anche enormi vite racchiuse nei loro corpi, i loro pensieri, le loro indoli.
Mi piacciono molto le patatine fritte, salate al punto giusto, e i pop corn.
Mi piacciono i friarielli, che abbiamo solo qui a Napoli 🙂
Mi piace Napoli, con tutte le sue contraddizioni e con tutti i suoi difetti, ma adoro il suo essere enorme (ancora mi ci perdo dentro e non mi vergogno a dirlo), il suo contenere tante realtà diverse, il suo essere “piena”.
Mi piacciono le persone vere, sincere, che non hanno nulla da nascondere perchè sono a posto con se stessi e non si vergognano di nulla e non temono nulla.
Mi piacciono le persone che sono a posto con se stesse e che nel loro equilibrio fatto magari non di felicità pura, ma almeno di serenità, hanno il tempo e il posto per riempire le vite degli altri in maniera positiva e propositiva, lontani da tanti schemi prestabiliti e da tanti legami “gerarchici”, lontani dal “rispetto a priori del potere” o “degli affetti” o della “religione” o di qualsiasi altra cosa, mi piacciono le persone che si creano una loro indipendente identità senza fanatismi e senza appartenere a nessuna categoria eccetto quella in cui si trovano davvero bene: “se stessi”.
Mi piacciono le casette singole, magari di legno o di pietra, con il giardino, con i muri che non confinano con nessuno e che sono libere da finestre dalle quali i vicini si possono appostare per spiarti quando non hanno un cazzo da fare.
Mi piace il chupa-chups panna e fragola, è il mio preferito. O perlomeno lo era non lo mangio da secoli 🙂

Mi piace fumare tabacco.
Mi piace la coerenza intelligente, e non l’iperfilosofeggiamento e svisceramento delle cose che porta soltanto confusione e privazioni esagerate e, credo, anche inutili, troveremo sempre qualcuno che può darci dell’ “incoerente” su qualcosa (essendo vegetariana da 15 anni ormai, tengo na scuola fatta in materia!), l’importante è essere coerenti con se stessi.

Mi piacciono le persone che dicono come fanno e che fanno come dicono.
Mi piacciono le promesse mantenute, mi piacciono le mamme col pancione, le belle fotografie che mi smuovono qualcosa dentro, i quadri strani, i disegni colorati, le immagini con quel colore seppia che rende tutto antico.
Mi piacciono le persone che chiedono esattamente quello che danno, o che non chiedono nulla, e ricevono tanto proprio per questo, e quando non ricevono nulla possono dire “vabbè almeno ho capito con chi ho a che fare, è nella libertà che si vedono le persone”.
Mi piace il Sud di questo Paese, mi piace la primavera e la parte iniziale dell’autunno, dove i tempi sono freschi ma non freddi, caldi ma non soffocanti.
Mi piace la matematica, l’astronomia, mi piace l’università anche se non l’ho mai potuta finire e chissà se ci riuscirò, mi piace studiare quello che mi piace, mi è sempre piaciuto andare agli esami preparata quanto più, anche per poter contraddire qualche professore stronzo, mettendolo in difficoltà, perchè non è che perchè sta dall’altro lato della cattedra che è Gesù Cristo e può fare il cazzo che gli pare e trattare gli altri come merda.
E mi piacciono i professori preparati e umani, da cui c’è tanto da imparare.
Mi piace la vita umile, senza pretese, mi piacciono le persone umili ma non i falsi modesti.
Mi piace la musica.
Mi piace cantare.
Mi piacerebbe aver avuto l’occasione e il coraggio per approfondire questa cosa, e mi piacerebbe aver avuto il tempo e il modo di poter imparare a suonare il Pianoforte, che è uno strumento che quando sento suonare mi dà i brividi.
Mi piace Tori Amos.
Mi piacciono Jeff Buckley, i film (pazzi) di David Lynch (che non sempre capisco :P), Batman, Christian Bale e L’Uomo Senza Sonno, Jim Carrey e le sue facce strane, gli smalti colorati, la pizza. Napoletana però!
Mi piace “Paranoid Android” dei Radiohead.
Mi piacciono i capelli lucidi, lunghi, colorati e non, ricci ma pure lisci, mi piacciono le ragazze un po’ acqua e sapone, i colori vivaci o metallizzati, mi piace la VolksWagen Polo che mi hanno rubato qualche anno fa 😦

Mi piace l’amore, quello che non minaccia, quello che non fa soffrire, coscientemente almeno, quello che migliora la vita, quello per cui vale la pena vivere e pure morire. Mi piace quando qualcuno sbaglia e sa farti capire quanto è pentito da come ti dimostra di rimediare.
Mi piace la tranquillità. Anche il casino e il bordello quando ci vuole, ma mi piace tutto nella misura in cui fa bene e non fa male.
Mi piace la vita, in quei meravigliosi piccoli temporanei momenti in cui la assapori davvero, e sei felice di essere vivo.

NonMiPiace
Non mi piacciono le bugie. Questo su tutto.Non mi piacciono i fuochi d’artificio e le bombe a mano sparate cafonamente dalle ville qui intorno per compleanni e comunioni, TUTTE LE SANTE SERE, che mi fanno sclerare i cani e sobbalzare dalla sedia. (O dal letto)

Non mi piace l’ipocrisia, il fingersi qualcun’altro o il fingere sentimenti diversi da quelli che si provano “per circostanza”.
Non mi piace la violenza gratuita, fisica e psicologica.
Non mi piace chi pretende in modo diverso da come dà.
Non mi piace chi ha la mentalità così ristretta da diventare cattivo.
Non mi piace il rispetto dell'”autorità”, che sia politico, familiare o di gerarchia, a priori, perchè il rispetto va sempre guadagnato, e non siamo pecore al pascolo di nessuno.
Non mi piacciono le persone che sono capaci di fare del male agli animali senza il minimo rimorso.
Non mi piace che gli animali, molti, siano considerati cibo.
Non mi piace che in molti paesi orientali la fame li costringa a mangiare i cani.
Non mi piace il traffico nazionale e internazionale che c’è dietro al “volontariato” di molte associazioni “animaliste” che invece smerciano animali per poi farli finire all’estero nei laboratori di vivisezione.
Non mi piace l’uomo/padrone, che rinchiude la donna in una prigione di vetro e che però poi si comporta come cazzo gli pare. A lui tutto è dovuto, lei se mette il naso fuori casa è automaticamente lapidata.
Non mi piacciono i soliti discorsi idioti “ah sei vegetariana? Ma perchè le carote non soffrono?” o “è dai tempi delle caverne che l’uomo mangia la carne”. Allora levati i vestiti marcati Nike, mettiti il pellicciotto attorno agli zebedei, abbandona i comfort, vai a vivere in una caverna, munisciti di clava, vai a ammazzare qualche animale, corri a piedi scalzi, ferisciti, ammazzalo, squartalo e mangiatelo. Altrimenti non rompere i coglioni.
Non mi piacciono i bigotti. Potrei morire in questo istante, non mi sono mai piaciuti.
Non mi piacciono gli omofobi, non mi piacciono i moralisti, non mi piacciono i falsi modesti, che nascondono solo una spropositata superbia.
Non mi piacciono le ragazze che parlano con parole tipo “perdindirindina” o “accipicchia”, Biancaneve è passata di moda da un po’, e pure il principe azzurro. Ora va di moda quello Marrone 🙂
Non mi piace il caffè che esce dalla macchinetta espresso quando dentro ci si mette il caffè per la moka. “Il caffè è un piacere se non è buono che piacere è” 🙂
Mi piace risparmiare, ma non troppo, non mi piace risparmiare sulla salute o su piccoli sfizi che ogni tanto ci si può permettere.
Non mi piacciono i soprusi, gli sfruttamenti, e ODIO le ingiustizie. Mi ribolle il sangue nelle vene quando vedo qualcosa che non è palesemente giusto.
Non mi piace quando succedono cose brutte alle brave persone.
Non mi piace il vittimismo esagerato, la ricerca esagerata di attenzione, non mi piace la gente che sa di avere un problema e non lo ammette. Per farsi aiutare la prima cosa da fare è chiedere aiuto, e volerlo quell’aiuto.
Non mi piacciono le “pecore” (con tutto il rispetto per le pecore), non mi piace chi fa le cose ben sapendo che sta sbagliando con la scusa che tanto “dopo chiedo scusa e sarò automaticamente perdonato”. Il perdono è un lusso, non è dovuto a nessuno. Chi rompe paga, poi chi viene perdonato è fortunato, chi viene perdonato tante volte è fortunatissimo, chi viene perdonato troppe volte forse è un po’ stronzo e/o opportunista del buon cuore delle persone.
Non mi piacciono i paesini troppo ricchi e troppo lontani dalla città, forniscono alle persone una visione della realtà alterata, che cozza (no il mìtile 😀 ) con la vita quotidiana di tutti i giorni, e fa mancare tanto di umiltà e di “restare con i piedi per terra”.
Odio i bambini viziati che saranno gli adulti stronzi e incapaci del domani, odio i bambini abbandonati a se stessi dai genitori a baby sitter e insegnanti privati vari, che saranno gli adulti frustrati e alla ricerca d’amore perenne del futuro.
Odio la violenza. Sui bambini, sugli animali, sulle persone. Odio gli schiaffi, i pugni, i calci, le pietrate, le strette forti fino a far uscire i lividi, le mani alla gola con le dita che premono. Odio i gesti violenti che rimangono solo gesti, odio i gesti violenti che diventano azione.

E odio la me stessa che a volte ha fatto molte delle cose che ho elencato. Ma mi piace la me stessa che si mette in discussione, si autofustiga, e impara tanto, innanzitutto proprio da questi errori.

Non mi piace guadarmi da fuori e perdere stima di me stessa, mi piace rialzarmi e stringere i pugni, e fare quello che si deve fare.

Non mi piacciono gli scatti d’ira, le situazioni troppo confuse e complicate, le persone, uomini e donne, senza palle.

Non mi piacciono le persone che non sanno scegliere, perchè chi non sa scegliere vuol dire che non ha nemmeno le idee chiare su cosa vuole, e vuol dire che il suo istinto animale non gli fa scegliere nulla di preciso, che non c’è nulla che davvero abbia la prevalenza su tutto e gli interessi davvero, senza cui non può vivere…
Non mi piacciono i film in streaming quando si vedono o si sentono male, ma mi sono dimenticata di dirlo prima, mi piace tanto il Cinema, e anche qualche serie TV seria 🙂

Non mi piace la speculazione sulla salute, non mi piace la TV spazzatura, la disinformazione, lo “stato di pecore” che accetta tutto quello che passa il convento,non mi piace il mondo della politica che ormai è un puttanaio e un posto dove capire bene solo come accumulare danaro e troiaggio, come imbrogliare e come rompere le palle, addirittura ammazzare, chi magari RARAMENTE fa questo lavoro come missione.
Mi piace la tecnologia, ma con moderazione, mi piace internet, tanto, ma senza dipendenza, non mi piacciono i bimbominkia, le foto dentro ai cessi, e con facebook ho un problema perchè mi piace e non mi piace.
Non mi piace la prepotenza, non mi piacciono i genitori possessivi,tanto che sono possessivi a fare, primm’ o poi anna murì, e na vot ca so muort ai figli cosa lasciano? Solo solitudine e rimpianti. Non mi piacciono i figli repressi e/o succubi.
Non mi piace chi non sa far valere le proprie idee, chi non sa farsi valere o chi non sa farsi rispettare.
Non mi piace troppa solitudine, ma mi piace la solitudine, amo il ritiro in se stessi e con se stessi, la vita solitaria (ma non troppo), quelle piccole cose che però rendono i momenti “grandi”, una tazza di tè davanti a un bel film, stare sotto al piumone quando fuori piove, poter collegarsi ad internet dal letto con il cellulare, cosa impensabile fino a qualche anno fa, camminare a piedi nudi per terra quando i cani non hanno fatto la cacca in giardino 😀
Mi piace l’amicizia vera, le connessioni con le persone giuste, l’empatia, mi piace “pochi ma buoni” e non mi piace “tanti a cazzo di cane”.

Alla fine mi sono persa, ho cominciato a scrivere di cose che mi piacciono anche nella parte del NonMiPiace, e questo mi fa capire una cosa: che la vita vale sempre la pena di essere vissuta, e che tutto insegna a godersi al meglio quei pochi brevi attimi di serenità e di tranquillità per cui respiriamo e da cui traiamo energia per tutti gli altri momenti, anche quelli più tremendi, dolorosi, che ti squarciano il petto e ti dividono il cuore a metà.
Buonanotte.

Running over the same old ground… what we’ve found? The same old fears…” (P.F.)

In Medio Stat Virtus

Mi è capitato questo video tra le mani…
Non sono una “fan” sfegatata dei proprietari del canale Vimeo in questione e della relativa pagina Facebook, Sito etc, però ci sono molte cose che vale la pena vedere, ed anche osservare con i propri occhi, prima di potersi fare un’idea personale e anche di poter dire “è vero” o “è una stronzata”.
Un po’ come dire che qualcosa che non hai mai assaggiato non puoi catalogarla tra le cose che “non ti piacciono” perchè non ne conosci il sapore. O non ne conosci tutte le varianti in cui può essere cucinata 🙂 Ma bando alle ciance, mi sto perdendo nei meandri delle mie stesse sinapsi, dicevo, il video:

L’ho visto tutto e non senza difficoltà…
Ed è veramente dura da accettare, ma è quello che si vede tutti i giorni, questa nuova concezione della vita tutta Apparenza&Sessualità non ha rovinato solo le vite e le coscienze degli adulti, ma anche e soprattutto dei bambini, che sono gli adulti del futuro…
E’ inconcepibile che bambine vengano agghindate a troiette e fatte salire sul palco a sculettare, solo probabilmente per una recondita (e manco tanto) voglia delle madri di diventare “famose”, anche indirettamente, attraverso le loro figlie…
E’ scandaloso il tipo di società che i media stanno costruendo attraverso questo bombardamento manco tanto “occultato”, e spero vivamente di essere in grado un giorno di poter offrire ai miei figli dei modelli da seguire differenti, perchè “l’età dell’innocenza” è una, e si è accorciata così velocemente da sembrare non esistere più…
Oddio, anche il contrario, è dannoso, rinchiudere i figli in una campana di vetro non fa altro che innescare la cosa opposta, il non sapersi relazionare alla società, il non saper risolvere i propri problemi, poi, da grandi, o il dare per scontato che tutto sia “facile” perchè la vita è stata resa docile e facile dai genitori, però checcazzo, in medio stat virtus!

E con questo direi che sull’argomento è veramente tutto.
Anche perchè rischierei di sfociare in altri argomenti correlati, violenze psicologiche, fisiche, sessuali, pedofilia… ed è un vortice da cui non si esce più.
Come ho già detto altrove in precedenza, per diventare genitori bisognerebbe passare degli esami, perchè vedo delle cose assurde, e comincio a domandarmi anche allora io che tipo di genitore sarei, ma forse è questa intera società che dovrebbe passare degli esami, forse è questa intera società che dovrebbe essere rasa al suolo e ricostruita per ricordarsi cosa significa “superfluo” e cosa significa “essenziale”.
Checcazzo, sono i vostri figli.
Sono i NOSTRI figli!

Famiglia,genitori,figli, test e riflessioni lucidamente distaccate, forse sentimentalmente ciniche, ma sicuramente utili

Girovagando su internet sono approdata sul sito di un certo “Albanesi”, che offre spunti di varia natura per la riflessione…

Me lo sono guardato un po’ tutto e ci sono ancora un sacco di cose che voglio leggere, la sua visione della vita “moderna”, come dice lui nel titolo del sito, è sicuramente quella di un uomo freddo e distaccato che guarda le cose dal di fuori con una certa esperienza sicuramente in materia, e quindi è sicuramente uno spunto per capire alcune dinamiche difficili da gestire soprattutto per chi come me fa del sentimento una componente fondamentale della vita.

Di certo non è un simpaticone, e di certo non condivido le sue idee politiche (anche perchè io non ho idee politiche, se per politica intendiamo questa merda in cui dovremmo poter scegliere qualcuno in cui identificarci…), non è la mia anima gemella insomma, ma mi ha aperto la mente a nuove considerazioni.

Non è un segreto che io non abbia avuto e non abbia anche adesso una vita perfetta, e la vita familiare sicuramente è quella che incide maggiormente poi su quello che siamo, quello che vogliamo essere e quello che poi saremo in futuro.

Certo ognuno di noi ha il libero arbitrio, e c’è anche un interessante articolo sui condizionamenti, ma procediamo per ordine.

Faccio copia/incolla di alcuni articoli in materia “famiglia, figli, genitori, condizionamenti”, mettendo in risalto quello che più mi ha colpito, fermo restando che una visione così fredda è soltanto per qualcuno che è “esterno”, e si sa, dall’esterno tutti i problemi altrui vengono valutati e “risolti” in maniera diversa, ma le linee da seguire per la serenità in realtà poi penso siano le stesse un po’ per tutti, con le dovute differenze a seconda delle situazioni e delle personalità.

La sezione “Famiglia” dopo i primi articoli riguardanti:

ha alcuni articoli interessanti che vi copio per intero o comunque nelle parti salienti…

L’educazione dei figli

L’educazione e il rapporto con i figli sono fattori non trascurabili per chi è genitore e vuole migliorare la propria vita e quella dei suoi familiari.
Per il Well-being l’educazione dei figli non può prescindere da alcune regole fondamentali che per comodità riassumo nelle prossime righe.

  • Se fai un figlio, fallo solo per amore
  • Un genitore non possiede la vita dei figli
  • Un genitore violento è un genitore fallito
  • Lo scopo dell’educazione è insegnare a vivere.

Nel paragrafo Figli: perché no (vedasi articolo I figli) vengono analizzati tutti i motivi sbagliati che portano le persone ad avere un figlio. Quindi diamo per scontato che il figlio sia stato concepito con grande amore. Nonostante l’amore del genitore, molti rapporti genitori-figli falliscono. Le cause più frequenti sono sostanzialmente quattro:

  1. amore, ma non solo
  2. vecchiaia psicologica
  3. mancanza di tempo
  4. mancanza del distacco

L’amore spesso c’è, ma non è la principale motivazione, perché prioritariamente si parte da una delle motivazioni “sbagliate” riportate nel paragrafo Figli: perché no. Così si fa un figlio per amore, ma si spera che ci aiuti nella vecchiaia; si fa un figlio per amore, ma si spera che diventi un grande medico, carriera che a noi è mancata ecc. Queste speranze diventano macigni quando non si avverano e incrinano irrimediabilmente il rapporto con i figli. Per cui i motivi citati non sono sbagliati solo se sono la causa principale della decisione di avere un figlio, ma sono sbagliati sempre!
Per esempio la donna che coltiva l’idea di avere un figlio, ma che lo concepisce anche perché così forse salva l’unione con il suo uomo, non è comprensibile, è solo un’irresponsabile.
La vecchiaia psicologica è sicuramente una delle cause di fallimento meno conosciute. Riflettiamo un attimo: molti pensano che non ha senso che una persona abbia un figlio a 60 e passa anni; di solito si adducono cause di salute (ma esistono degli ottantenni che stanno benissimo e la vita media si allunga) o cause economiche (ma in genere un anziano può essersi sistemato molto bene economicamente). In realtà l’unico motivo valido all’avversione al “genitore anziano” è che esiste una sostanziale differenza di vedute fra genitore e figlio e il genitore rischia di diventare il nonno o la nonna anziché il padre o la madre del piccolo. Il Well-being insegna che per molti soggetti la vecchiaia inizia già al termine dell’adolescenza e quindi non c’è da stupirsi se persone di 40 anni sono dei falliti come genitori: come si può dialogare con un figlio se non si conoscono e si apprezzano i suoi gusti? Vedremo che tali gusti possono essere vissuti insieme, ma se non si conoscono nemmeno le canzoni che il proprio figlio ama ascoltare, incominciate a preoccuparvi.
La mancanza di tempo dovrebbe essere abbastanza inconciliabile con l’avere figli, ma molte coppie mentono a sé stesse e, pur avendo una vita superimpegnata, ritengono che i loro figli li abbiano fatti per amore. Ormai sempre più coppie pianificano l’arrivo di un figlio, sapendo di poterlo poi parcheggiare all’asilo nido durante il giorno e alla sera presso i genitori. Altri sanno che il lavoro li occupa a tal punto da condurli distrutti a casa ogni sera; alcuni di loro arrivano a chiedere al medico di prescrivere dei tranquillanti per il figlio che alla sera non vuole saperne di addormentarsi. Il figlio diventa un pacco postale da spostare qua e là, tutt’al più una piacevole sorpresa durante i week-end. Chi crede nella famiglia condanna questi atteggiamenti, invitando i neogenitori a sacrificare un po’ della propria esistenza in nome dei figli. Io non credo che mentire a sé stessi e ai figli (perché tale è compiere un sacrificio di malavoglia) sia la soluzione migliore: i figli hanno una sensibilità particolare per capire quando non sono amati. La soluzione più semplice per questi genitori “superimpegnati” è solo una: non fare figli.
Sull’importanza del distacco rimando all’articolo corrispondente, limitandomi a fare una considerazione diretta: se pensate di avere dei diritti perenni sulla vita di vostro figlio, non lo avete concepito solo per amore.

Ci sono anche una seconda e terza parte che potete leggere da voi, e proseguiamo il cammino.

Il distacco

Per il Well-being il concetto di distacco è fondamentale e non deve essere visto come qualcosa che semplicemente accade “per natura”.
Alcuni visitatori mi hanno inviato alcune e-mail di apprezzamento per la sezione Psicologia, ma anche di critica per la sezione sulla famiglia. In realtà, leggendo attentamente le e-mail, si comprende come la critica non nasce da un fondamento razionale, ma dal tentativo di accordare delle soluzioni familiari senza in realtà cambiare nulla. Tutti i problemi fra genitori e figli nascono dal fatto che per l’educazione ricevuta o per egoismo nessuno accetta il proprio ruolo e pretende ciò che in realtà non gli è dovuto, si mischiano cioè diritti e doveri senza avere la chiave per capirli e separarli secondo giustizia. Questa chiave è il concetto di distacco che sarà fondamentale nel terzo millennio: una coppia ha un figlio, lo educa, il figlio accetta la coppia come genitori, poi, a una certa età, incomincia a fare la propria vita, finché si distacca da loro. Detto così sembra che non ci sia nulla di nuovo. Il problema è che le famiglie (genitori e figli) non riescono a comprendere che tutti i loro rapporti, i loro conflitti e anche il loro amore sono in funzione del distacco. Nel secondo millennio il concetto di distacco era assente o era addirittura negato: si pensi a quanti genitori hanno preteso che i figli vivessero con loro anche dopo che si erano sposati. Il risultato erano incomprensioni a non finire.
Il distacco è il momento in cui un figlio decide di fare la propria vita, di camminare con le proprie gambe, senza l’aiuto dei genitori.È un momento netto, proprio come per il bimbo che impara a camminare: finché si va ancora a carponi non c’è distacco.
Grazie al concetto di distacco i rapporti fra genitori e figli diventano chiari: esistono due fasi, prima e dopo il distacco.
Prima del distacco i genitori decidono della vita dei figli – Se un figlio maggiorenne vuole continuare a studiare servendosi dell’appoggio dei genitori non può nemmeno pretendere di vivere la sua vita. Questa pretesa non è che una forma dello sfruttamento dell’amore dei genitori (pensiamo al figlio ultratrentenne che studia ancora!). Se un ragazzo vuol fare la propria vita si cerchi un lavoro e si distacchi dai genitori; fra le altre cose imparerà sicuramente a crescere e a conoscere la vita, cosa che non potrà certo fare se l’unica preoccupazione della sua giornata è chiedere i soldi per acquistare la macchina, per andare in vacanza o per uscire il sabato sera con gli amici. Un figlio che non ha il coraggio di distaccarsi non può pretendere di insegnare ai genitori come educarlo. Se i genitori sbagliano se ne vada, se non sbagliano accetti la loro educazione, anche se non collima con i suoi desideri.
Dopo il distacco i genitori non hanno più voce in capitolo sulla vita dei loro figli È chiaro che l’amore resta immutato, ma deve trasformarsi ed elargire utili consigli, non più ordini. Il caso più classico è quello dei genitori (spesso la madre) che continuano a interferire nella vita dei figli dopo che questi hanno deciso di staccarsi, spesso con la motivazione: “Lo faccio per il tuo bene”. Dopo il distacco il genitore deve capire che il figlio ha ottenuto la sua piena libertà (è quindi anche libero di suicidarsi!), non è più un essere che deve essere guidato fra i meandri della vita. Se sbaglia è una sua libera scelta, comunque derivata dall’educazione ricevuta. Anziché continuare a ordinare, il genitore dovrebbe chiedersi dove ha sbagliato nell’educazione. Praticamente questa intrusione la si trova ogniqualvolta i genitori interferiscono nella formazione della nuova famiglia dei loro figli. Il caso della suocera è classico. Nel terzo millennio non ha più senso che la nuova coppia viva con i genitori di lui o di lei: la pratica dimostra che ci sono sempre problemi. Chi accetta l’interferenza dei genitori suoi o del compagno/a ha già messo la prima pietra della propria infelicità. La cosa più comune è che si cerca di risolvere il problema con continui compromessi, quando la soluzione è banale: ognuno per conto suo!
Il falso distacco

Sono sicuro che molti lettori approveranno le righe soprastanti, ma una buona percentuale non ha capito! Perché? Perché ha trascurato la parte finale della definizione, quel “senza l’aiuto” che è fondamentale.
Si dirà “che male c’è se i genitori ci danno un aiutino per farci vivere meglio? Se ci tengono i figli perché noi siamo troppo occupati? Se ci pagano una parte del mutuo della casa? Se ci regalano l’auto nuova?”
Nessuno, ma non si sta camminando con le proprie gambe (quindi si è, esistenzialmente, handicappati), si è ancora bambini incapaci di spiccare realmente il volo. Il risultato è un legame ancora troppo forte che di fatto si tradurrà in un’incapacità di essere veramente adulti, veramente sé stessi.
Provate il test Genitori e figli per sapere se avete una visione moderna della famiglia o se vivete ancora nel medioevo.


I COMMENTI

Mamma son tanto felice perché ritorno da te. La mia canzone ti dice ch’è il più bel sogno per me… è questo l’inizio di una canzone degli anni ’40 interpretata dal mitico Beniamino Gigli (1890-1957, nella foto). Se leggete il testo della canzone e vi ci ritrovate un po’, beh, questa mail è un test di modernità.
Giampiero mi ha scritto una chilometrica mail sulla sua situazione familiare chiedendomi un consiglio. Non riporto la novella Guerra e pace perché il mio server non è abbastanza grande per contenerla (la battuta è il solito invito alla concisione), ma solo le impressioni dopo la lettura.
Abbiamo una persona con problemi di convivenza familiare con la moglie che non va d’accordo con la suocera. Si esaminano per pagine tutte soluzioni che a me francamente appaiono utopistiche, per cui il consiglio che posso dare a Giampiero è di fare tabula rasa di tutto e farsi una domanda: chi è più importante, il genitore o il coniuge?
Di solito si danno tre risposte.
1) Il genitore ovvero la mamma è la mamma. In questo caso non c’è stato alcun distacco dai genitori e non si capisce perché Giampiero si sia sposato e abbia cercato una famiglia tutta sua. L’amore si dimostra con le azioni e se le azioni sono dirottate principalmente verso il genitore cosa resta per la propria famiglia?
2) Entrambi sono importanti*. Questa è forse la risposta più frequente e chi la dà pensa di aver dato una bella risposta. In realtà si mette la propria vita in balia del caso. Se c’è accordo fra genitore e coniuge il tutto può reggere, ma se non c’è? Ecco che allora iniziano i problemi. Non si può pretendere di forzare l’accordo, anche se spesso per motivi economici (i genitori passano i soldi per l’acquisto della casa, per l’avviamento di un’attività, tengono i bambini ecc.) il compromesso è l’unica soluzione, vivendo in un equilibrio altamente instabile. In realtà anche in questo caso non c’è stato nessun distacco dai genitori  e il proprio amore viene diviso fra le tante persone della famiglia allargata. Una situazione antica, da famiglia in cui l’unico risultato è che i problemi di uno sono i problemi di tutti. Morale: più problemi.
3) Il coniuge perché è la mia nuova famiglia. Questa è la risposta più moderna, che stabilisce una priorità che consente di andare avanti senza sentire il debito verso chi ci ha donato la vita (se è un dono che senso ha pretendere qualcosa in cambio?) ed essendo pronti a donarla ad altri, amandoli con tutte le nostre forze. Non significa non amare più i propri genitori, quanto amarli “dopo” la propria nuova famiglia. È questo che Giampiero non ha ancora capito.

* Si noti che il soggetto dovrebbe rispondere “entrambi sono egualmente importanti”, ma pochissimi a cui è posta la domanda rispondono così perché “sentono” che la risposta è discutibile. Il soggetto cerca di svicolare alla precisa domanda (si chiede chi è più importante) e la aggira lasciando nel vago (come tale, la seconda risposta è sempre sbagliata!). Di fatto non ha il coraggio di prendere atto che una persona equilibrata stabilisce una priorità.

(…)

Se io ho voluto un figlio solo per “fare la madre” e cambiargli i pannolini, quando se ne andrà probabilmente proverò un senso di vuoto tremendo; se invece lo avrò fatto per l’amore di contribuire alla costruzione di una nuova vita, sarà come vedere salpare una bellissima nave che sentiamo aver costruito pezzo per pezzo. Ci sarà qualche rimpianto, ma anche la consapevolezza di aver fatto qualcosa di unico, di aver vissuto bene la propria vita.
E vado avanti con un altro articolo:

Genitori da dimenticare

Può un genitore diventare il peggior incubo dei figli? Se ci si rifà alle notizie di cronaca sicuramente sì, ma ciò sarebbe statisticamente poco significativo. Infatti, anche se non si sono mai verificate situazioni drammatiche, molti ragazzi pensano di avere avuto genitori difficili che li hanno penalizzati; la famiglia è stata cioè una condizione penalizzante verso la felicità.
Quali sono le colpe che i figli più spesso attribuiscono ai genitori?

  • Violenze fisiche – Per il Well-being un genitore che ricorre alla violenza fisica è un genitore fallito e non è il caso di spendere molte altre parole sul concetto.
  • Assenza – Per il Well-being l’amore si dimostra con le azioni e l’assenza non è mai giustificabile: chi pensa di non aver abbastanza tempo da dedicare ai figli non li deve avere per il semplice fatto che non saprebbe amarli.
  • Difetti della personalità – Paradossalmente, quando il figlio si accorge di evidenti difetti dei genitori, ne esce rafforzato perché da grande sicuramente li eviterà. Dovrà solo fare attenzione a non  servirsene continuamente come alibi per le “sue” colpe (“eh, con i genitori che ho avuto”), situazione purtroppo comune (alibi familiare). Ovvio che, se vedrà i difetti dei genitori come pregi, non potrà distaccarsi e anzi rischierà di diventare peggiore di chi lo ha educato.
  • Violenza psicologica – Si tratta della colpa più subdola, oggetto di questo articolo.

La violenza psicologica si attua quando i genitori sono così forti da ingenerare una gerarchia non discutibile all’interno della famiglia, anche quando il bambino si sta trasformando in adolescente. Poggiando sulla gerarchia familiare e spesso su condizionamenti economici, il figlio è soggiogato nel tentativo di plasmarlo secondo un copione predefinito; il figlio è una “proprietà” che deve rendere: dalla soddisfazione a scuola, alla prosecuzione dell’attività di famiglia, al formarsi una famiglia di gradimento dei genitori (partner scelto dai genitori, maternità per soddisfare il desiderio dei futuri nonni ecc.) fino al classico bastone della loro vecchiaia.
A ogni tentativo di ribellione, frasi come “ma io sono tuo padre!”, “con tutto quello che ho fatto per te“, “sei un ingrato!” e sciocchezze simili riescono a ristabilire l’ordine e la supremazia. Visto che un figlio si dovrebbe fare per amore, nulla si può chiedere in cambio perché ogni richiesta è puro interesse. Troppi sono i genitori completamente assenti che si buttano nel lavoro e accumulano ricchezze su ricchezze con la falsa giustificazione che “lo fanno per i figli”, quando in realtà lo fanno soprattutto per sé stessi per il semplice fatto che i figli, prima dei soldi, vorrebbero amore.
Sicuramente condizionamenti religiosi (onora il padre e la madre) e sociali (la società si basa sulla famiglia) non hanno mai dato ai figli una grande possibilità di sfuggire alla pressione di genitori-padroni, di quelli che tolgono la libertà per “il tuo bene”. Non esiste
onora i tuoi figli

e finché non esisterà vivremo nel medioevo.
Se una certa dialettica familiare è nella logica delle cose e il figlio insofferente non deve vedere ogni azione dei genitori come negativa se in qualche modo limita la sua libertà d’azione, si può dire che scatta la violenza psicologica quando il figlio subisce e non sa replicare. Ci vuole una grande capacità genitoriale per evitare che ciò non accada mai, ma è sicuramente una colpa quando ciò accade spesso, fino a forgiare negativamente la personalità del figlio.
La sindrome di Stoccolma

Purtroppo, quando scatta il plagio, diventa impossibile anche il distacco e il figlio resta segnato a vita, schiavo di quella famiglia che negli anni ha allentato la catena, ma non l’ha mai spezzata. Si crea una specie di sindrome di Stoccolma*, dove il figlio cerca comunque di recuperare il rapporto, cerca di compiacere i genitori, di essere capito, di essere amato (non riesce cioè a staccarsi dalla necessità di sentirsi amato da loro). Più è maltrattato e più cerca amore, più è denigrato e più cerca considerazione.
I figli che nell’adolescenza si sono staccati e hanno evitato questa schiavitù nascosta si comportano in modo completamente differente e quasi sempre sono persone forti e volitive; la loro strategia non è perdonare i genitori, non è odiarli, ma è dimenticarli; li considerano stelle che si spengono lontane mentre altre più luminose brillano nel presente.
Le due differenti strategie sono dimostrate nel caso estremo di chi è stato abbandonato in tenera età dai genitori: c’è chi riconosce totalmente i genitori adottivi come i veri genitori (se qualcuno mi ama più di mio fratello è il mio nuovo fratello) e chi invece va (o vorrebbe andare) alla ricerca dei vecchi.
Dimenticare significa ricondurli al ruolo di persone normali, che hanno un ruolo ormai marginale nella propria vita. Non è infatti raro un pentimento del genitore che in tarda età, con il figlio ormai grande, decide di recuperare il rapporto. La comprensione dei propri errori e/o la vecchiaia che si avvicina lo portano a posizioni più morbide. Rischia di far male per la seconda volta (anche il troppo amore impedisce alle persone di volare libere). Dovrebbe capire che, con valori diversi, non potrà mai allinearsi a suo figlio. Anche se il pentimento è sincero, potrà esserci amore, ma sempre in secondo piano. Del resto, se per il figlio l’amore per i suoi genitori resta fondamentale, non potrà mai amare nessuno in modo equilibrato, vedasi il test.
Test: sei libero?

Attore: adolescente, quasi autosufficiente, prossimo al diploma o alla laurea. Il test è al maschile, ma evidentemente vale anche al femminile.

Mamma, papà devo darvi una bella notizia. Ho deciso di lasciare gli studi. Sì, lo so che mi manca poco, ma ho trovato la mia vera strada. Ho lasciato X perché non mi ha capito. Ho conosciuto una ragazza, Y, con la quale aprirò un agriturismo dalle sue parti (citare località ad almeno 200 km dalla residenza dei genitori). Una vita vera, semplice. Volevo dirvelo perché parto la settimana prossima.

Il grado di violenza con cui i genitori replicheranno al test dà la loro propensione a essere padroni.
Il grado di calma con cui lo si espone dà la misura della propria libertà.
Se chi espone sarà rimasto calmissimo e i genitori avranno cercato una dialogo pacato, consigliando, ma non ordinando (“ti mancano quattro esami, perché non prendi comunque la laurea? Buttar via una parte della propria vita non è mai positivo. Per quanto ci sia da lavorare, avrai tempo di dare quatto esami, no?”), beh, vorrà dire che è una bella famiglia.

* La sindrome di Stoccolma identifica una condizione psicologica nella quale un soggetto sequestrato prova sentimenti di tipo positivo verso il suo o i suoi sequestratori. La terminologia che identifica questa condizione risale a un episodio avvenuto nel 1973, a Stoccolma. Due rapinatori tennero in ostaggio quattro dipendenti della Kreditbank per alcuni giorni; i sequestrati, nonostante il notevole rischio corso, si attaccarono emotivamente ai sequestratori al punto che, una volta che furono liberati, ne presero le difese e chiesero clemenza per loro presso le autorità. Talvolta la terminologia viene usata in situazioni diverse dal sequestro di persona, ma dai risvolti simili.

E dopo un altro paio di articoli c’è questo:

Suoceri e genitori

Due delle regole del buon matrimonio citano:

  • Non sposarti se i tuoi suoceri influenzano ancora la vita del futuro coniuge.
  • Non andare a vivere con i tuoi genitori né con i tuoi suoceri.

Sono regole che nascono dall’esperienza, dalla constatazione che molti rapporti sono rovinati dai rapporti fra i componenti la coppia e i genitori. È il caso di tornare sull’argomento perché troppi pensano di avere una visione moderna dei rapporti genitori-coppia, di saperli gestire bene, salvo poi scoprire che la loro vita è pesantemente condizionata.
Nell’articolo su genitori e figli abbiamo già parlato del distacco. Dovrebbe essere tutto chiaro, eppure dalle e-mail che ci arrivano scopriamo che gran parte dei figli non è riuscita a staccarsi dai genitori, pur ritenendo di esserci riusciti alla perfezione. Per esempio un figlio, ormai quasi quarantenne e con famiglia propria, soffre ancora il ricatto della madre che “si sente male” ogni volta che la famiglia del figlio deve partire per le vacanze. “Che devo fare?” chiede il figlio, come se non ci fosse via d’uscita. Semplice. Il giorno prima della prossima partenza farà sapere alla madre che non cederà più al ricatto rinunciando alle ferie e che, se lei si sentirà male, partirà comunque. Funziona.
L’inizio dell’unione – La mancanza di distacco esplode quando si trova un partner serio (relazione importante, convivenza, matrimonio ecc.). Un primo sintomo grave di assenza dal distacco è quando il soggetto tenta di conciliare la vecchia famiglia con il partner, di tenere il piede in due scarpe. È il caso del figlio mammone o della figlia che non sa rinunciare al ruolo della madre nella sua vita. Basta una semplice regola per capire si è di fronte a un caso critico.
Regola della precedenza – Chi si è staccato dai genitori deve stabilire un ordine di precedenza: prima il partner e poi la vecchia famiglia. Se sono inconciliabili, si sceglie il partner. Se non si ha questo coraggio, si giustificano le posizioni di tutte quelle mamme che per il bene dei loro figli vogliono “scegliere” il partner. Per amore non si toglie mai la libertà, il figlio deve poter essere libero di sbagliare, fino anche a rovinarsi la vita.
In base alla regola sopraenunciata chi vuole il gradimento della propria famiglia per il partner (se c’è, tanto meglio, ma non deve essere necessario!) vive ancora nel medioevo perché di fatto il partner continua a sceglierlo la famiglia.
L’unione continua… – Superato lo scoglio dell’unione, resta comunque il problema di gestire i rapporti con i genitori. Una tendenza preistorica vorrebbe che il partner debba cercare di farsi ben volere dai suoceri: assurdo. I rapporti fra le persone devono essere spontanei e liberi, ognuno deve essere come si sente, se poi c’è approvazione bene, altrimenti pazienza.
Si arriva quindi al caso più comune dove i rapporti sono buoni o per lo meno decenti: occorre gestirli al meglio. Di solito è qui che casca l’asino, in quanto la presenza dei genitori appesantisce la vita della coppia come un macigno. Vediamo i tre casi più comuni.
Genitori autosufficienti – Il buon senso vorrebbe che ognuno facesse la propria vita con interazioni magari frequenti, ma non obbligate o stabilite (il classico pranzo domenicale obbligatorio!). Se si ha bisogno di stare vicino quotidianamente ai propri genitori non c’è certo stato distacco. In questo caso esistono situazioni dove vengono meno le regole per il matrimonio felice: la coppia vive insieme o accanto ai genitori di un componente. In genere le cause possono essere:
a) assenza del distacco (per esempio la comodità di essere vicini per visitare quotidianamente i genitori)
b) motivazioni economiche (per esempio la possibilità di avere una casa più grande e maggiori comfort)
c) motivazioni pratiche (per esempio la possibilità che i nonni curino i propri figli mentre si è al lavoro).
Negli ultimi due punti si baratta una parte della propria libertà  e c’è chi si abitua come il cane alla catena; anche nel caso comune dei nonni che curano i figli si vengono a creare situazioni di compromesso che alla lunga sono deleterie: “ti curo i figli, li educo come voglio io” (peccato che i nonni li educhino con la mentalità di 50 anni fa), “vi abbiamo ospitato per anni nella nostra casa e ora che siamo vecchi DOVETE curarci” ecc. Alcuni consigli:
a) accontentatevi di una casa più piccola, ma siate indipendenti
b) usate una baby-sitter o accudite voi stessi i vostri bambini (magari con un tenore di vita più modesto)
c) non fate figli, se non potete dedicare loro il tempo necessario.
Genitori semisufficienti – I genitori potrebbero essere autosufficienti, ma per condizione mentale (si ritengono vecchi o malati più del dovuto) pensano che i figli debbano aiutarli. I figli devono far capire loro che non c’è differenza fra una persona di 30 anni e una di 60 o passa: ognuno deve essere autosufficiente e comportarsi come quando era giovane. La vecchiaia è una colpa se uno vuole invecchiare e farsi prendere in carico dagli altri e dalla società. Inoltre chi s’incammina per questa strada ha già firmato la sua fine e l’accelerazione verso uno stato di totale dipendenza è spesso esponenziale. Aiutare i genitori come se fossero vecchi non fa altro che farli invecchiare prima.
Genitori non sufficienti – È il caso più penoso, evoluzione del precedente o anche improvviso. Molti giovani sprecano anni della loro vita nell’accudire i genitori, ricambiando le attenzioni ricevuti da piccoli. Con una differenza fondamentale: nell’accudire un bimbo c’è gioia, nell’accudire un vecchio malato c’è solo dolore. A prescindere dall’amore che si prova, spesso i figli sentono la situazione come un peso, anche perché i genitori “vogliono” un’attenzione incompatibile con le esigenze della famiglia dei figli (che hanno la loro vita e i loro problemi). In questo caso un’assistenza esterna non deve essere vista come un segno di disinteresse, ma come l’unica soluzione possibile. Chi la rimanda o non l’accetta del tutto dovrebbe pensare anche al proprio partner e ai propri figli e alle rinunce che devono subire perché lui non ha ancora avuto il coraggio di distaccarsi.
Conclusioni

Se molti che hanno letto l’articolo lo troveranno troppo duro e impietoso, si può solo far notare come spesso il giudizio sia influenzato dalla propria educazione, fermandosi alla quale l’umanità non progredirebbe mai.
Se un genitore ama veramente il figlio deve possedere anche la dignità di invecchiare; i vecchi indiani, quando sentivano che scoccava la loro ora, prendevano una coperta e se ne andavano a morire sulla montagna. Forse erano molto più moderni di tanti genitori che non sanno invecchiare e portano dolore nelle famiglie dei figli…


LA MAIL
Angoscia da suoceri

Ho letto l’articolo suoceri e genitori, l’ho trovato assolutamente coincidente con le mie idee in tutte le sue parti. Vorrei cercare di capire perché quando certe cose le faccio notare al partner, il tutto sfoci in una lite; mi fa notare che io lo voglio cambiare e che pretendo che tutti si comportino come voglio io. Non cambia nulla e io sono angosciata.

Non so se segui la parte psicologica del sito; l’obiettivo è quello di prevenire i problemi, di avere una vita che ne sia priva, non di sopravvivere.
Personalmente credo che:
a) non si debba stare insieme per litigare; il litigio non è “normale” e la panzana che tutti più o meno litigano è solo detta seguendo il criterio di “mal comune mezzo gaudio”.
b) Non si debba cercare di forzare l’altro a cambiare o accettare di farsi cambiare a forza. Quindi, se il tuo partner è lontanissimo dalle tue idee, ti faccio una domanda brutale: se non avete la stessa visione su suoceri e genitori (a prescindere da quale sia quella giusta) che state insieme a fare?*
Anziché essere angosciata io mi cercherei un altro (più moderno).

*Non rispondermi che lo ami perché l’amore, quello vero, deve migliorare la qualità della vita, non peggiorarla!

L’ultimo articolo che volevo segnalarvi in materia è quello che vi dicevo all’inizio, sui condizionamenti, e ci troverete anche un test per scoprire quanto siete condizionati… E io pare sia a mezza via tra l’immunità  e alcuni piccoli condizionamenti interiori… Non sono totalmente immune nemmeno io, ma chi lo è? Ma leggendo possiamo imparare molto, e migliorare, e capirci e capire di più, procediamo:

I condizionamenti

Solo una piccola parte della popolazione sa reagire ai condizionamenti subiti dalla famiglia, dalla scuola, dalla società tanto che alcuni che non riescono a farlo usano il classico errore di generalizzazione che li porta a dire che “tutti, più o meno, siamo condizionati”.
Un esempio di condizionamento da tutti compreso è quello del giudizio pubblico: “e poi cosa dice la gente?“. Le nostre azioni sono modificate per aderire a un cliché che non è detto sentiamo intimamente nostro.
Le sorgenti principali dei condizionamenti sono la famiglia, la scuola, la religione, la società (attraverso i media) e il clan (dove con questo ultimo termine si identifica l’insieme di tutte le persone che sono influenti nella nostra vita, ma non appartengono agli insiemi precedenti).
Famiglia – L’educazione ricevuta e l’esempio dei genitori possono portare il soggetto a un’adesione acritica a modelli di comportamento e a ideologie. Un padre che vuole che il figlio eccella a scuola potrà crescere un figlio contemplativo, per il quale la cultura è tutto; analogamente un padre debole potrà crescere un figlio altrettanto debole e timoroso nei confronti del mondo ecc.
Scuola – Decisamente meno pesante della famiglia, la scuola condiziona quanto più il soggetto è giovane: soprattutto quando la famiglia è assente, una maestra può influenzare un bambino molto più di quanto possa fare una professoressa al liceo. Su questo punto dovrebbero meditare tutti coloro che, per mancanza di tempo, affidano l’educazione dei loro figli ad altri, già in tenerissima età.
Religione – I condizionamenti religiosi sono massimi in Paesi ancora molto arretrati (si pensi all’Italia di 200 anni fa e all’Italia di oggi), ma è indubbio che, se la famiglia spinge verso educatori religiosi, questi possono condizionare moltissimo il soggetto.
Società (media) – Giornali, televisioni, Internet sono così potenti come sorgenti di condizionamenti da essere spesso additati come fonti infallibili (“l’ho letto sul giornale”, “l’ha detto la televisione”, “l’ho trovato in Internet”). Alla base di questo condizionamento il classico errore di scambiare l’autorevolezza con l’affidabilità.
Clan – Parenti, amici, colleghi, vicini di casa ecc.: le persone che troviamo “per strada” durante la nostra esistenza possono diventare fonti di condizionamenti. Si pensi ai genitori che, parlando del figlio, dicono che “è finito su una brutta strada per colpa degli amici”.
A differenza di ciò che pensano quelli che molto superficialmente ritengono che non ci si possa liberare dai condizionamenti, farlo è possibile:
se pensi che nessuno possa essere libero da condizionamenti, sei come un uccello in gabbia che non sa che esistono uccelli che volano liberi nel cielo. Per aprire la gabbia, ci vuole una chiave che si chiama spirito critico.Per capire come lo spirito critico sia importante si pensi ai molti ragazzi che, anziché adottare i precetti della famiglia, vanno in direzione totalmente opposta. Alcuni di essi lo fanno per semplice reazione a una situazione che sentivano “impossibile”, altri lo fanno dopo un’analisi molto critica di ciò che era stato loro insegnato. Questi ultimi sono soggetti che hanno usato il loro spirito critico.Il testQuesto articolo vuole essere un veloce test per verificare alcuni dei più comuni condizionamenti subiti in ambito familiare o sociale (per lareligione si veda la sezione apposita).
Vengono elencate alcune situazioni particolarmente significative con un insieme di risposte plausibili fornitemi da un visitatore del sito; non è detto che le risposte siano esaustive dello scenario. Provate a commentare le risposte fornite e poi confrontate il vostro commento con il commento a fondo pagina.

1) Un caro amico mi invita al suo matrimonio, cosa faccio?
A) Non vado. Ho cose più interessanti da fare. Se è un vero amico capirà.
B) Non vado. Come si possano buttare tanti soldi in una cerimonia? Per me è incomprensibile.
C) Non vado. L’ipocrisia di giurarsi amore eterno è pura follia.
D) Vado. Voglio partecipare alla sua felicità ed esserci in un giorno per lui importante.

2) La mia compagna esprime la volontà di avere un figlio, cosa faccio?
A) Rifiuto. La nostra vita va già bene cosi.
B) Rifiuto. Troppi sacrifici e troppe rinunce.
C) Rifiuto. Nel mondo odierno mettere al mondo un figlio è una “cattiveria”.
D) Accetto. Crescerlo insieme sarà un’avventura meravigliosa.

3) I miei genitori non sono più autosufficienti, cosa faccio?
A) Li incolpo di non aver fatto nulla per contrastare la vecchiaia.
B) Li affido alla residenza per anziani che si possono permettere.
C) Li affido alla residenza per anziani migliore e integro la loro pensione per pagare la retta.
D) Baratto una parte della mia libertà per il loro benessere.

4) Cosa pensi di Madame Curie? (Dedicò la propria vita alla scienza e morì in sofferenza devastata dalle radiazioni a cui si era inconsapevolmente esposta. Non depositò il brevetto internazionale per il processo d’isolamento del radio, preferendo lasciarlo libero affinché la comunità scientifica potesse effettuare ricerche in questo campo senza ostacoli).
A) Ha sprecato la propria vita.
B) Ha fatto male a non brevettare la scoperta.
C) La riconoscenza postuma non fa per me.
D) Ha il mio massimo rispetto.

5) Sto correndo nel bosco e mi imbatto in un ragazzo che si sta impiccando a un albero, cosa faccio?
A) Continuo a correre, l’allenamento è più importante.
B) Continuo a correre, non ho alcun diritto di intervenire.
C) Tento di convincerlo a desistere, ma senza mai calpestare il suo libero arbitrio.
D) Lo blocco con ogni mezzo in mio possesso. Il suicidio non è la corretta soluzione e pentirsi non è più possibile.
Gli effetti dei condizionamenti

Gli effetti dei condizionamenti possono essere devastanti: si pensi, per esempio, ai risultati che può produrre una setta sui propri adepti che accettano qualsiasi ordine senza giudicare.
Il senso comune ritiene che ci sia un’enorme differenza fra una setta e le regole di vita comunemente trasmesse da ambienti istituzionali come famiglia, comunità religiose o società. Ma il buon senso deve dirci che non c’è nessuna differenza se il soggetto non sottopone le regole a critica precisa e costruttiva; in particolare, se non verifica la coerenza di quelle regole con il reale benessere.
Molti ritengono che il Well-being sia una setta per il semplice fatto che esprime regole non sempre allineate con quelle usuali; in realtà non lo è perché pone alla base di queste regole la loro valutazione critica da parte di chi eventualmente vuole sostenerle. Hanno maggiori caratteristiche di setta una religione improbabile, i dogmi di una multinazionale, una famiglia dove non si discutono gli ordini del capofamiglia ecc.
Molti condizionamenti portano poi alla costruzione di idoli che spesso ci fanno sopravvivere, ma non vivere. Gli idoli sono come la catena che il lupo, diventato mansueto cane agli ordini dell’uomo, ha accettato per avere una sicura ciotola di cibo, ovviamente passando il resto dell’esistenza cercando di convincersi che la catena sia l’unica soluzione o che sia molto più nobile stare accanto all’uomo che vagare libero nella foresta in cerca di cibo. Ha barattato la sua libertà e vuole illudersi di essere libero!
Gli idoli

Gli idoli sono concetti a cui affidiamo ciecamente la nostra vita con la speranza che ci ricambino con gioia, serenità, felicità. Di solito derivano dalla nostra educazione (la famiglia, la scuola), comunque dalle nostre esperienze giovanili (l’adesione acritica a determinati gruppi). Infatti, essendo idoli, non vengono mai messi in discussione ed è difficile crearsi idoli da adulti: se si ha spirito critico non si accetta nulla ciecamente e quindi si è immuni da questa situazione, se invece non lo si ha, difficilmente si cambiano gli idoli giovanili per altri dei.
Molti idoli appartengono a quelle che il Well-being chiama condizioni facilitanti: avere un buon matrimonio facilita la vita, idem per una buona posizione economica, per un buon lavoro, per una buona famiglia ecc. La differenza sostanziale è che chi li adora ciecamente dimentica il “buon” che deve esserci, lo dà per scontato.
Poiché gli idoli richiedono un certo impegno per la loro adorazione, sono tipici di quelle personalità dove comunque c’è un grado non minimo di forza, ma non sufficiente ad arrivare a una forma di libertà intellettuale che possa mettere sotto osservazione l’educazione ricevuta, di quelle personalità che non sono dotate di spirito critico e di quelle che tendono a identificarsi con pochi e chiari ideali:irrazionalideboli, inibiti, mistici, romantici, statici, semplicistici, contemplativi.
Come liberarsi dagli idoli – Semplicemente con la verifica molto critica se l’idolo migliori la nostra qualità della vita o meno. Se non lo fa, abbattiamolo!
Il commento alle risposte

1) B e C sono intolleranti perché con il mio comportamento voglio punire un’idea per me sbagliata. Se ritengo il matrimonio un’inutile manifestazione di lusso farò un regalo modesto; in quanto a C è evidente l’errore di generalizzazione: pretendere che ci sia ipocrisia in un gesto che una persona può fare in perfetta buona fede. Per esempio, io non sono cattolico, ma a un funerale di una persona cara entro in chiesa, non mi faccio il segno della croce, ma non vedo il motivo per restare fuori: uno stesso momento può avere significati differenti per persone con idee differenti.
Restano A e D. D è troppo da bravo ragazzo, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri. Se ho veramente qualcosa a cui tengo (importante è un termine non direttamente correlabile con i miei oggetti d’amore) scelgo A, altrimenti D (per esempio se ho un impegno di lavoro, sposto il lavoro!).
Curioso come i condizionamenti fanno sì che è normalmente accettato un “grave problema familiare”, ma non “un irrinunciabile impegno scacchistico” (dove gli scacchi possono essere sostituiti da un hobby qualunque). Morale preistorica: gli hobby sono cose futili e non contano nulla.

2) La risposta A non è high (probabilmente da fobico o da sopravvivente). Un high tende sempre a migliorare quindi poco importa l’equilibrio attuale; si tratta di capire se con un figlio la felicità della coppia aumenterebbe.
La B è una visione piuttosto ristretta del problema “I figli danno la felicità?”, tipica del semplicistico.
La C è sicuramente da fobico o da vecchio. Quello che vale per il figlio vale anche per sé: tanto vale ammazzarsi subito. In realtà è quasi patologica.
La D sarebbe corretta. Il condizionale è d’obbligo perché di fatto rivela comunque un’approssimazione nella propria vita. Decidere di avere o meno figli nella propria vita è un concetto che deve essere discusso non appena due persone iniziano una relazione che pensano seria. Se mi accorgo che io li desidero e la controparte nella relazione no, evidentemente abbiamo visioni differenti della vita che comunque provocheranno problemi. Affrontare l’argomento quando “capita” non è saggio né è maturo non avere una propria opinione (ecco il condizionamento) e accettare quella di altri perché allineata al senso comune.

3) A è inutile, al più ha senso solo se con violenza pretendono un aiuto impossibile.
B è corretto se i genitori sono stati “cattivi genitori,” ma se sono stati “buoni genitori” è egoistico perché comunque i genitori fanno parte del nostro mondo dell’amore, anche se il distacco ne ha ridimensionato il ruolo nella nostra vita.
D è completamente masochistico e toglie ogni dignità ai genitori stessi. Non si tratta di amore quanto di sottomissione e di mancato distacco (personalità inibita); per convincersene basta pensare al fatto che per i genitori si rinuncia a una parte della propria vita (magari penalizzando anche altre persone care): come chiamereste chi rinuncia a farsi una famiglia semplicemente perché i genitori non gradiscono l’aspirante coniuge? Se ama il figlio, e ha dignità, un genitore non gli chiede di sacrificare la sua vita per accudirlo, se ha dignità sceglie spontaneamente la residenza per anziani. Se egoisticamente non lo fa perché dovrei essere altruista? Perché mi ha allevato? Ma lo ha fatto per amore (e quindi disinteressatamente) oppure per avere un bastone per la propria vecchiaia (di nuovo l’egoismo)? So per certo che molte persone questi discorsi non vogliono nemmeno sentirli e li liquidano con un “che c’entra?”. Sono gli inibiti.
C è la risposta corretta nel caso siano stati “buoni genitori”.

4) Il punto è che in genere non si conosce in dettaglio la vita di Marie Curie e quindi non si può giudicare.
La A sarebbe corretta se si sapesse per certo che era consapevole del rischio che correva (come lo si saprebbe oggi; notate l’inconsapevolmente del testo); non è corretta se si basa sul fatto che Marie Curie, invece di condurre una gratificante vita d’insegnante alla Sorbonne preferì spalare tonnellate di pechblenda in una baracca nelle vicinanze delle miniere di Joachimsthal in Cecoslovacchia. Infatti non si può discutere un oggetto d’amore alla luce di ciò che la società ritiene “più gratificante” (ecco il condizionamento).
Anche la B rivela il profondo condizionamento di quella parte della società che spinge verso la ricchezza, che fa della ricchezza un valore assoluto (anziché una semplice condizione facilitante), con tutte le assurdità che seguono.
La C è corretta, ma è una frase generica che non è detto sia relazionata con la vita di Marie Curie: non sappiamo se lo scopo delle sue ricerche fosse la riconoscenza postuma.
La D è la più condizionata, quella dove i condizionamenti pesano come macigni. Senza sapere chi era Marie Curie (magari umanamente parlando era una persona piena di difetti, meschina ecc.) le si porta il massimo rispetto (si noti l’uso del superlativo) solo perché ha scoperto qualcosa di importante per la società (ecco il condizionamento sociale: se fosse morta prima di scoprire qualcosa di significativo sarebbe stata una pezzente? Fra l’altro il condizionamento è anche doppio perché di fatto si subisce anche l’altro condizionamento per cui l’autostima deve basarsi sui risultati che otteniamo nella vita). Si legga l’articolo sul valore della persona.

5) Questo scenario è stato trattato per ultimo perché è irrealistico o decisamente poco probabile. Basta immaginarsi i dettagli in modo appropriato e qualunque risposta è sbagliata. Più pratico sostituire l’esempio del suicida con quello di una persona che è uscita con l’auto e sta gemendo in un fosso, gravemente ferita.
A è il classico caso di risposta dell’egoista totale. Per il Well-being il contatto con il mondo neutro, dell’indifferenza, non può prescindere dalle leggi che hanno lo scopo di comporre gli egoismi individuali (da qui la condanna del furbastro). Per il Well-being la legge è fondamentale per la società perché chi guarda un po’ più in là del proprio naso capisce che è un modo per vivere tutti meglio, tutti e quindi anch’io. Soccorrere una persona in pericolo di vita è un dovere imposto dalla legge. Posso scegliere il modo di farlo senza mettermi in pericolo (un suicida determinato può arrivare a fare del male a chi si oppone al suo suicidio), per esempio con le sole parole, salvo intervenire quando ha attuato il proposito di impiccarsi (ved. C).
B è meno egoistica, ma non tiene conto delle leggi e dei doveri che esse impongono ai cittadini che hanno deciso di far parte della società civile.
C è probabilmente la risposta corretta, salvo intervenire tempestivamente quando, continuando nel suo proposito, il ragazzo ha perso conoscenza.
D è una risposta violenta che si basa sul condizionamento che si può “agire a fin di bene”. Chi ha scelto D probabilmente sarà un genitore “tradizionale”, ma piuttosto dispotico, che non lascerà mai che i figli, una volta educati (sperabilmente bene!), possano sbagliare con la propria testa.

Infine, guarducchiando in giro per il sito, mi sono saltati alla vista un sacco di altri articoli, ma non posso copiarli e incollarli  tutti altrimenti qua non si finisce più 🙂
Ma vi segnalo un altro articolo sulla Religione e la Tolleranza  in generale, che pure è molto interessante, perchè dall’argomento della religione spazia a parlare della tolleranza in generale, ve ne copio soltanto qualche passo:
La tolleranza religiosa è il caso classico che dimostra come il separatismo sia l’unica soluzione possibile, basta richiamarsi alle tantissime guerre di religione. (…) In realtà (…) è una forma di interesse quando si evita lo scontro semplicemente per salvaguardare gli affari con un gruppo o una nazione.
È una forma di paura quando si evita il confronto e si rinuncia ai propri diritti per evitare la “forza” dell’altro.
Ma soprattutto è un’utopia.
Quando qualcuno parla di tolleranza, perché non fa mente locale e analizza il significato reale del termine? Non si tollera un figlio, un coniuge o un amico. Tollerare significa sopportare. Quindi tolleranza vuol dire sopportazione dell’altrui idea religiosa. Ma, se questa ci provoca danno,sopportazione vuol dire sottomissione.
—————————————————————————————————–
Ora alla fine di tutti questi articoli,
la cosa più importante è che ho un sacco di punti nuovi su cui riflettere,
e la seconda cosa più importante è che spero che condividendoli in rete possano essere di aiuto e di spunto anche per altre persone…
Ci sono anche un sacco di altre sezioni nel sito, in particolare una chiamata “Strategie Errate” che contiene due capitoli “Adattamento” e “Compromessi”…
Diciamo che per dirla alla francese “Son tutti Finocchi col culo degli altri” 🙂 per cui ovviamente per quanto io sia una persona rigida e completamente cosciente delle linee in cui credo, mi rendo conto che per esempio non avendo enormi possibilità economiche alcuni compromessi o alcuni “aiuti”, se sani, sono benvenuti, ma è anche vero che la soddisfazione di fare tutto da soli è impagabile, e l’ho provata più di una volta, anche perchè un’altra cosa di cui sono convinta è che chi fa da sè fa per trecentotrentatrè. Come sono convinta del fatto che adagiarsi e lamentarsi di non avere forze, risorse, soldi,  non serve ad altro che a perseverare nella negatività, perchè è vero che volere è potere, perchè se si vuole veramente qualcosa allora nessun’azione diventa compromesso o sacrificio, perchè tutto viene fatto in funzione dell’obiettivo, e quindi tutto è fatto con piacere e consapevolezza…
Di certo la lettura di queste pagine mi ha dato un input molto simile a quello che mi dette leggere “La verità è che non gli piaci abbastanza” ma spero avrà conclusioni diverse da quelle che trassi all’epoca, in quel periodo particolare della mia vita…
E comunque in ogni caso ho imparato qualcosa, buonanotte!

La depressione è contagiosa (?)

 

 

 

 

 

Leggevo questo articolo che mi è capitato tra le mani:

 

La depressione è contagiosa

domino

E’ possibile imparare a deprimersi frequentando un soggetto depresso?
Secondo una ricerca condotta su 103 coppie di matricole di un college statunitense che condividono la stanza sì: gli studenti assegnati a compagni di stanza che presentavano maggiori livelli di vulnerabilità cognitiva alla depressione hanno sviluppato a propria volta una maggiore vulnerabilità e, a distanza di 6 mesi, erano anche più depressi che in partenza. 
Si erano insomma appropriati di uno stile cognitivo che favorisce l’insorgenza di depressione semplicemente frequentando un compagno di stanza già a rischio.

Cosa era successo nel frattempo?
Lo studio sperimentale ha verificato la contagiosità dei fattori che determinano la “vulnerabilità cognitiva alla depressione” e che consistono in una serie di cognizoni negative su di sè e nella tendenza a ritenere che gli eventi negativi della vita dipendano da fattori esterni a sé e non controllabili (Locus of Control esterno) e da proprie mancanze e inadeguatezze.
In sostanza quindi la vulnerabilità cognitiva alla depressione è data da senso di impotenza/inefficacia e senso di colpa/inadeguatezza che, combinati, producono la convinzione che le piccole o grandi sventure siano meritate e senza rimedio e che i passaggi critici dell’esistenza presentino risvolti negativi insuperabili, ma producono anche la rimuginazione ossessiva sul tema del malessere personale che in tal modo ne esce ingigantito pur se temporaneo: tutto questo alimenta lo sconforto e la convinzione del soggetto di non potervi rimediare, oltre che di essere sempre a rischio di provarlo nuovamente.

La vulnerabilità cognitiva alla depressione dipende dalla storia dell’individuo e in particolare dall’ ambiente nel quale nasce e trascorre i primi anni di vita e dalla qualità delle sue relazioni primarie: la vulnerabilità cognitiva dipende dalla presenza di alcun fattori avversi come il maltrattamento psicologico e la tendenza dei genitori a interpretare negativamente il comportamento del bambino, trasmettendogli una visione e un’interpretazione negativa di sé e della sua possibilità di fronteggiare momenti ed eventi negativi.
Tali cognizioni negative sono predittive rispetto allo sviluppo di sintomi e disturbi depressivi e accompagnano il soggetto per tutta la vita: la vulnerabilità cognitiva è infatti stabile nel tempo, ma la ricerca ha dimostrato che è possibile modificarla con opportune strategie attuando una prevenzione della depressione.

Diverse ricerche negli ultimi anni hanno dimostrato che la vulnerabilità cognitiva rappresenta un importante fattore di rischio per la depressione e che ne determina l’insorgenza interagendo con i fattori di stress (eventi negativi e singoli momenti di umore depresso) e portando a implicazioni negative per il futuro e l’autostima.
Esaminando il livello di vulnerabilità cognitiva di soggetti non depressi è possibile predirne il successivo sviluppo di sintomi e disturbi depressivi.

Cosa succede a chi sta accanto a una persona con queste caratteristiche?
Dai risultati dello studio sulle matricole universitarie emerge che impara a sua volta a sviluppare queste cognizioni negative: tale cambiamento diviene stabile nel tempo ed espone in tempi successivi all’ insorgenza di sintomi depressivi.
Se la vulnerabilità cognitiva alla depressione è contagiosa lo sono infatti anche le sue conseguenze, come dimostra la rilevazione clinica effettuata a 6 mesi dall’ inizio dell’esperimento.
Gli autori concludono che se la vulnerabilità cognitiva alla depressione è appresa è possibile modificarla in entrambe le direzioni e quindi non solo incrementarla, ma anche attenuarla, e sottolineano l’importanza e l’utilità di un intervento che coinvolga anche l’ambiente sociale nel quale è inserito il depresso per curare il suo disturbo: affiancare al paziente persone a bassa vulnerabilità cognitiva alla depressione lo aiuterà ad abbattere anche la propria e ad apprendere una diversa visione degli eventi.

In ottica psicodinamica questi risultati confermano l’importanza delle relazioni primarie nel determinare il futuro benessere dell’individuo e il ruolo dell’interiorizzazione di figure genitoriali supportive nel garantire un supporto interiore che accompagni il soggetto per tutta la vita e che manca quando il genitore abusa emozionalmente del bambino, diventando non un oggetto interno (sito nella psiche) fonte di incoraggiamento e speranza, ma una sorta di “oggetto tossico” che avvelena l’intera esistenza del figlio se questi non accede ad un trattamento psicoterapeutico che corregga tale stato di cose.

Il contagio dello stile cognitivo può derivare dal contagio inconscio di emozioni e pensieri non coscienti che sono potenzialmente presenti in ogni soggetto e che l’empatia e la vicinanza possono sollecitare e far emergere.

Il senso di indegnità e impotenza (Locus of Control esterno) derivano dal senso di colpa che origina dal complesso di Edipopresente in ogni individuo, e possono essere per questo riattivati anche e soprattutto quando si affrontano cambiamenti di vita importanti (la ricerca ha coinvolto matricole universitarie proprio per poter esaminare persone sottoposte allo stress del cambiamento di vita) che pongono di fronte a nuove sfide e alla necessità di sentirsi forti e capaci, contrapposta al rischio di sentirsi piccoli e insignificanti e quindi in balia degli eventi e incapaci di arginare l’angoscia che può derivare da momenti di disforia passeggera.

In conclusione, quindi, anche considerando la dinamica del contagio depressivo da differenti punti di vista risulta chiaro che l’influenza negativa derivante dal contatto diretto e continuo con chi è depresso (o a rischio di sviluppare depressione per le caratteristiche psicologiche che lo connotano) è reale e dimostrabile.
La psicoterapia della depressione è valida e sostenibile perché, se gli aspetti sottesi ai sintomi depressivi sono inducibili/riattivabili nei soggetti non a rischio e sono disattivabili/elaborabili nei soggetti a rischio, un intervento che si concentri sulle variabili psicologiche è in grado da solo di modificare ciò che causa i sintomi depressivi e quindi realizzare una terapia efficace.

fonte

E pensavo che diventare genitori, allo stesso modo di diventare padroni di animali, o di scegliere di adottare un bambino, etc, è una scelta che però non è solo una scelta, ma è una responsabilità nei confronti delle persone o degli animali di cui scegliamo di prenderci cura.

Avevo letto da qualche parte che in Germania (?) o comunque in un qualche Paese di questo Mondo avevano avuto l’idea di creare dei test per i futuri padroni di cani, per attestarne le intenzioni e soprattutto il carattere e l’ idonenità…

D’altro canto, conosciamo bene le trafile incredibili e impossibili (direi anche esagerate) che devono fare delle coppie per poter adottare un bambino, ma come mai tutto questo non avviene per coppie più fortunate, fertili, che possono avere dei figli come natura vuole?

A fare un figlio non ci vuole niente, se fisicamente adatti, un figlio può farlo una qualunque coppia di esseri umani…

E qui ci infilo anche l’inseminazione artificale, la donazione del seme , etc…

Si dice che il partner, gli amici, le persone con cui durante la vita scegliamo di condividere il cammino, o pezzi di cammino, siamo noi a sceglierceli, quella è la nostra “famiglia scelta”, ma i genitori, i parenti, quelli no, e volente o nolente sono le nostre radici.

Di certo tutti abbiamo pregi  e difetti, e di certo nessuno è immune dal commettere errori,

ma la questione è molto più ampia di questo, agli errori si può rimediare, con i difetti, se alla fine non “troppo dannosi”, se non troppi rispetto ai pregi, si può convivere, ma mi domandavo, con una non-idoneità, come si fa?

Si dovrebbe o avere l’umiltà di mettersi in discussione e cercare di migliorare, PRIMA, o evitare di prendersi responsabilità che poi non si possono controllare, o portare a termine, o portare a termine al meglio…

Ma a quel punto sorgerebbe un’altra domanda cruciale:

chi potrebbe mai stabilire l’idoneità di qualcuno ad essere genitore?

Un altro umano?

E come si potrebbe mai gestire tutta questa serie di cose, se è proprio dell’idoneità di umani che stiamo parlando?

La questione è abbastanza ingarbugliata, e il mio cervello è ipersinaptico di per sè, quindi lascio a voi la parola 😀

Legami

legami

E’ già da qualche giorno che ho in testa il titolo e l’immagine per questo post, e anche una vaga idea di quello che vorrei scriverci dentro, ma ogni giorno che passa sto ferma lì davanti allo schermo, lo fisso, guardo l’immagine, e non trovo l’ispirazione per cominciare a scrivere e faccio altro.

Stasera l’ho rifatto, e mi sono detta eccheccazzo, scrivi.

La parola in sè “Legami” in realtà ha un duplice significato a seconda di dove ci si mette l’accento su:

  • Lègami
  • Legàmi

e tutto ciò mi venne in mente qualche tempo fa (credo di parlare di qualche annetto fa) perchè c’è una famosa marca di cancelleria e altro che si chiama così, e io e mia sorella parlandone ci rendemmo conto che ne parlavamo con due accenti e quindi due accezioni diverse.

E riflettevo sul fatto che l’imperativo “Lègami” non necessariamente riesce a creare un “Legàme” vero, è più una richiesta, un comando, mentre il sostantivo “Legàme” allo stesso tempo non può implicare necessariamente un “Lègami”, un comando, perchè un legàme si può avere anche con una persona che non si “possiede”, per esempio,

insomma mi contorcevo sulle varie sinapsi intorno a queste parole.

 

E pensavo anche che in questi ormai 32 anni su questo pianeta, di legàmi ne ho visti tantissimi, alcuni diventavano comandi, “lègami”, “lègati”, altri diventavano addii, altri erano sani, altri malati, altri esistevano solo idealmente, altri erano così forti nella pratica che difficilmente erano distruggibili.

Ho visto legàmi di matrimoni sciogliersi, anche a causa di altri legàmi infedeli contemporanei,

ho visto legàmi di persone a cui volevo bene con le persone “sbagliate”, anche se “sbagliato” è un termine relativo a chi valuta,

ho visto legàmi sani, famiglie sane, molto poche, formate soltanto da quello che la Natura ha creato, il legàme affettivo e di sangue, e sugellato da quello che sempre la Natura stessa ha creato, e cioè il libero arbitrio, la libertà dell’interazione all’interno del legame.

E ho visto legàmi malati, tra fidanzati, tra “amici”,

ho visto ragazzine di 18 anni perdere la testa dietro quarantenni in fuga,

ho visto uomini di 30 anni perdere la testa dietro ragazzine in fuga,

ho visto padri e madri separati dagli ex coniugi cominciare a frequentare altre persone, e i loro figli cominciare a frequentarsi tra loro e avere storie d’ “amore” tra loro senza porsi nessuna domanda,

ho visto famiglie in cui l’unico modo per comunicare quando saltavano i nervi era alzare le mani,

ne ho viste altre che consapevoli di tante schifezze e di tanti tradimenti rimanevano non si sa bene come unite,

e questo ha i suoi pro e i suoi contro,

e ne ho viste alcune che alla prima difficoltà si sono sfasciate.

Ho visto famiglie fondate da un “amore” basato solo sul ricatto morale,

” se fai come piace a noi allora sei degno della nostra considerazione e del nostro saluto, altrimenti se sei in difficoltà, o fai cose che non approviamo, possiamo tranquillamente fare a meno di comunicare con te, ci grava meno che comunicare di cose che non approviamo”.

Ho visto legàmi costellati di disinteresse,

di apparenza,

o preoccuparsi solo di salvare l’apparenza all’esterno, facendo marcire tutto il resto all’interno,

e ne ho visti altri arrivare a fare compromessi quasi insani pur di continuare a interagire e a tentare di fare qualcosa in positivo, anche quando non era dovuto, anche quando era inaspettato, anche quando si è dovuto sacrificare qualcosa, fosse anche la propria serenità, tranquillità o stabilità.

O persino la propria salute.

Ho visto storie d’amore finite per tedio,

per noia,

per stanchezza,

ne ho viste altre continuare anche dopo tradimenti,

dopo crisi, o dopo lunghi momenti di lontananza.

Qualcuna l’ho vista viaggiare nel rispetto, nella chiarezza, nella limpidità, nell’amore, ma sono state molto poche, l’essere umano è una strana creatura, contorta e perversa, e sistematicamente incontentabile.

Ho visto figli succubi dei genitori e genitori succubi dei figli,

ho visto ragazze perdere peso e salute mentale a causa del loro “amore” e ne ho viste altre tradire il proprio “amore” con facilità, con rilassatezza, senza pensarci troppo su.

Ho conosciuto segreti di persone che ho custodito, ho conosciuto il “dietro le quinte” di molti legàmi che pochi hanno potuto sapere, ho visto “amiche” tradirsi e andare a letto con i fidanzati dell’altra, e ho visto uomini dire “ti amo” e comportarsi all’opposto di quello che avrebbero voluto ricevere o addirittura avrebbero preteso dalla persona amata.

Ho visto persone  che sono riuscite ad entrare in un legame più empatico con la Natura e gli animali in maniera più “naturale” che con altri esseri umani, probabilmente per le tante delusioni ricevute, o per le brutte esperienze fatte durante il corso della vita,

ho visto persone legarsi per interesse,

o legarsi grazie a un interesse o una passione comune, e ne ho viste altre appassionarsi a qualcosa per avere un interesse e una scusa per creare un legame con chi si era puntato.

E ho pensato che è vero che il cervello è plastico, e che a seconda del contesto e della situazione ricorda le stesse cose in modi diversi, e con finalità e conclusioni diverse ogni volta a seconda della fase che stiamo vivendo.

“Lègami” non è sano,

un imperativo non fa sì che sicuramente si creerà quello che si chiede,

un legàme non è a comando, e non è un ricatto, e non si elemosina e non è una richiesta,

è qualcosa che si crea e permane e resiste “nonostante tutto”.

“Legàme” nemmeno è sempre sano e sempre intelligente, razionalmente, ma può esserlo, può diventarlo, può.

Quando le libertà di due o più persone coincidono, si rispettano e sono rispettose, è sano,

quando magari la vita non è che migliora in qualità grazie a un legàme, ma migliora almeno emozionalmente è già al 50% del suo lavoro, perchè se le emozioni migliorano, aiutano a migliorare tutto il resto.

Quando quello che io desidero da te è lo stesso che tu desideri da me, e quando quello che io offro a te è lo stesso che tu offri a me allora è sano, è pulito, è trasparente.

Tutto il resto cela dell’altro, altre emozioni, altri sentimenti,

egoismo, opactità, indifferenza, disamore, morbosità, vendette reciproche, svilimenti recirpoci, antiche esperienze passate che condizionano i legàmi presenti e futuri, e un sacco di altre cose ancora…

Ovviamente siccome siamo tutti imperfetti e fallaci, soprattutto quando agiamo per impulso o per passione, nessuno è immune da tutto questo, ma per quanto sia breve, la vita dovrebbe servire anche a questo, ad essere consapevoli, di se stessi e degli altri, in tutti i momenti della nostra vita in cui è possibile esserlo, in fondo noi stessi siamo le persone con cui condividiamo più tempo in assoluto mentre siamo vivi, e il nostro cervello è sempre in movimento…

E questo dovrebbe aiutarci a discernere anche “gli scogli che non fanno patèlle” da quelli che invece “le fanno” o “le potrebbero fare”, e canalizzare le nostre energie per migliorare e migliorarci sempre, e rendere migliori e costruttivi anche tutti i legàmi possibili che si creano continuamente durante il fluire del tempo, ogni momento della nostra vita.

Non sono mai stata una persona che ha frequentato “grandi compagnie”, “comitive numerose”, sono sempre stata per il “poco ma buono”, e nonostante questo sono riuscita a deludermi anche di quel “poco ma buono” in alcune occasioni 🙂

Ma anche quello lo ficco nella categoria delle cose “normali”, che possono succedere, di errori ne ho fatti tanti io, e come me ne anno tanti gli altri… La differenza è “il dopo”.

Come la frase finale di “Into the Wild”: ” Happyness only real when shared“,

però scegliamo bene con chi scegliamo di condividerla ‘sta gioia (e anche i dolori).

Buonanotte.

Ecchettelodicoaffàre

La dieta vegetariana fa bene anche ai bebé: “I bambini si ammalano molto meno”

I risultati da uno studio tutto italiano: “I bimbi vegetariani hanno difese immunitarie migliori rispetto agli onnivori, i quali seguono un’alimentazione che favorisce una risposta infiammatoria più forte”. Ma è importante che ci sia una corretta integrazione
Parma, 21 feb. (Adnkronos Salute) – Dieta vegetariana ‘promossa’ fin da piccolissimi: secondo una ricerca italiana questo regime alimentare, adottato nella prima infanzia, non altera l’andamento della crescita. Anche se sarebbe bene che il menù ‘verde’ fosse attentamente seguito e pianificato dal pediatra, per assicurare un buono sviluppo dei piccoli. E’ quanto emerge da uno studio tutto italiano, condotto su 95 bambini di 1-2 anni da Leonardo Pinelli, presidente della Società scientifica nutrizionale italiana (Ssnv).
“In precedenti studi – ricorda l’esperto – si è visto infatti che, seguendo un menù vegetariano, ci si ammala molto meno all’asilo: i bimbi vegetariani hanno difese immunitarie migliori rispetto agli onnivori, i quali seguono un’alimentazione che favorisce una risposta infiammatoria più forte”. Il medico ha presentato le sue conclusioni nei giorni scorsi a Parma, in occasione della V edizione delle Giornate pediatriche ‘A. Laurinsich’, organizzata dalla Società italiana di pediatria preventiva e sociale e dalla Clinica pediatrica dell’Università di Parma. “In Italia – ricorda all’Adnkronos Salute – esistono circa 7 milioni di vegetariani, con una tendenza in continuo aumento”. Lo studio è stato condotto su 95 bambini tra il primo e il secondo anno di vita, nutriti con un regime alimentare esclusivamente vegetariano e nel 10% vegano (che esclude anche latte e uova)”. Tutti i piccoli osservati non erano controllati o seguiti nell’alimentazione dal pediatra, “il cui parere era per lo più contrario alla scelta vegetariana. I genitori, da parte loro, si affidavano principalmente all’esperienza o ricorrevano a libri o siti Internet, cosa che – spiega Pinelli – ha portato a errori fondamentali di impostazione. Ad esempio, se ci si basa sui testi online occorre considerare che sono redatti spesso in inglese per altri Paesi, come gli Usa, in cui i cibi arricchiti sono molto più diffusi di quanto non accada in Italia”. Dunque menù vegetariano sì, ma a patto che “sia messa in campo una corretta integrazione. In questo modo i piccoli potranno avere importanti benefici”, avverte l’esperto. Nello studio sui bimbi si è visto che, nonostante gli errori ‘dietetici’ di base, tutti i bambini vegetariani osservati presentavano “una crescita normale, e nei 21 bimbi sottoposti ad analisi di laboratorio i valori dei micronutrienti sono risultati regolari”. Solo in pochi casi, prosegue Pinelli, si sono riscontrate alterazioni del ferro e della vitamina B12, “in linea comunque col tipo di alimentazione comune in Italia”. I bambini che hanno preso parte allo studio provenivano dal Centro e dal Nord Italia e la scelta di un’alimentazione prettamente vegetariana era legata nel 60% dei casi a un orientamento etico dei genitori, nel 32% a motivi di salute, nel 4% a motivi religiosi ed infine, per un altro 4%, a motivazioni legate all’ambiente.
Questo studio ha dimostrato come, “anche in età pediatrica, una dieta alimentare di tipo vegetariano – sintetizza l’esperto – non risulta dannosa, anche se dovrebbe essere ben pianificata da pediatri specializzati, affinchè possa essere sicura e valida per una buona crescita e un buon sviluppo dei piccoli. Dunque è necessario che i pediatri di famiglia non solo non ostacolino la scelta vegetariana da parte dei genitori – conclude – ma raggiungano con il tempo un livello di formazione tale da poter supportare le famiglie, senza costringerle a un pericoloso fai da te”.
Trovo questo articolo sensato e di “controtendenza”, di solito quando si diventa vegetariani o si inizia a camminare verso questa scelta i primi a diventare devoti a San Giuseppe cercando di inviarci benedizioni contro la follia sono i nostri genitori, poi i medici, poi una serie indefinita di altre persone.
Mi ricordo che quando presi questa decisione mia mamma a trabocchetto mi infilava le cose frullate nel mangiare, e io mi incazzavo come una bestia.
Ma non sono comunque così “estrema”, non prenderei mai decisioni personali sui miei eventuali figli, come non lo faccio per i miei animali, è una scelta da fare con se stessi e non perchè qualcun’altro ce la impone.
Oddio non nascondo che avrei difficoltà a cucinare carne, visto che non ne tocco da 12 anni ormai, però penso che in piccole quantità, e sicuramente non proveniente da allevamenti intensivi ma rigorosamente bio, probabilmente la darei, la scelta poi è di chi vuole farla, e ognuno per i suoi personalissimi motivi.
Quando mi chiedono perchè sono vegetariana io non so cosa rispondere.
Diciamo che già solo la parola “vegetariana” mi innervosisce, è come voler dire “ah tu hai questa etichetta, appartieni a questa categoria” e non è così.
Per me non mangiare carne è come essere mora, è una caratteristica della mia persona, non un qualcosa di “esterno”, anche se comunque, mi rendo conto, tutto è derivato da una scelta ovviamente. Ma per quanto mi riguarda una scela obbligata, non riuscivo proprio a mangiare più nessuna forma di “cadavere” e così sono andata nell’altra direzione.
Ma trovo positivo questo studio e i suoi risultati e tutto ciò che ne consegue, ci sono ragazzine che diventano vegetariane perchè fa tanto moda, tanto iea, e lo fanno per i motivi e nella maniera più sbagliati,fino ad arrivare al punto da avere carenze, e a riprendere a mangiare carne come se da more fossero diventate bionde.
Non è così, una volta raggiunta una determinata consapevolezza non si torna indietro, e se si torna è perchè quella consapevolezza non è mai stata raggiunta.
Ma sono contenta, più vegetariani ci sono meno richiesta di carne c’è in giro, meno animali soffriranno le pene che soffrono ogni giorno negli allevamenti intensivi, e questo è già un enorme passo per un’umanità così egista e che non se ne frega un cazzo del “come” e si accontenta di tutto (e quando dico tutto intendo proprio TUTTO) quello che passa il convento senza farsi domande.

Prigione

prigione

Bah non lo so forse sono io che sono cambiata.

Troppo.

Ma mi sento in meglio onestamente, anche se comunque non sono “felice&serena”, ma comunque io vedo certe cose intorno a me che ora mi sembrano assurde, anche se prima forse non sarebbe stato così, forse prima anche io ero così, molto così o anche + di così.

Non riesco a vedere molto altro oggi, di rapporti-prigione.

Gelosia, privazioni, sacrifici, “tu e a sta cu mmè pur quann iamm a piscià”, soffocamento, rapporti in cui la donna spesso diventa mamma e arpìa e l’uomo il figlioletto da educare.

Ma quanto possono andare avanti rapporti così?

Quanto tempo ci vuole prima che ci si stanchi e tutto sembri diventare + una prigione che un motivo di gioia?

Quanto tempo, quanta pazienza può esserci prima che ci si stanca e ci si manda sonoramente a cagare?

Penso che da rapporti così è difficile pure che rimangano rapporti decenti e umani, civili. Perchè si arriva proprio alla distruzione totale dell’io, del tu e del noi.

A parte che io oggi non potrei mai tollerare + un rapporto del genere, ma bando a questo, che è un punto di vista puramente personale, io penso che l’unica via per far sì che qualcosa duri, si evolva, e rimanga intatto nel piacere e nell’affetto, nel “uà che bello mo ti vedo” sia la libertà.

Rispetto, senz’altro.

Limpidezza, sicuro.

Bene, affetto, amore, certo.

Ma libertà.

2 strade che erano separate e continuano ad esserlo ma si incontrano perchè c’è il piacere di farlo e non perchè si deve.

Con chi ti ritrovi a stare dopo1-2-3 anni passati così?

Con la stessa persona che avevi incontrato e di cui ti eri innamorato/a o con quella persona totalmente plasmata su di te, e che fatichi pure a riconoscere perchè ormai si cela dietro ai “chissà se faccio questo per quanto ci tocca litigà…”.

L’infatuazione, i rapporti-prigione, questo tipo di “relazioni”, partono a razzo ma sono destinati a fallire purtroppo.

A meno che non si tenti di cambiare questo way of living, ma purtroppo quando si instaurano certi circoli viziosi è veramente difficile che possa accadere.

E’ così difficile capire che il passato è il passato, che il presente e il presente e che questo è l’unico modo per non minare il futuro?

E’ così terribile ammettere che io ho una vita mia e tu la tua e che se ci vediamo e stiamo assieme è solo perchè ci piace e stiamo bene, ma che rimaniamo io e tu e non un noi schiattato in corpo, deformato, stretto, scalpitante?

Io ci ho messo molto per arrivare a questo, ma ci sono arrivata.

Ci sono persone che non ci arrivano mai per tutta la vita.

E non è che dico che io vivo bene e loro no eh, ognuno ha il suo way of life cucito su di sè, però penso che ci siano delle linee che possano essere comuni per tutti, e cioè lasciar sfogare l’io di tutti, lasciare che ci si senta liberi anche se “legati” a qualcuno, anzi è questa la cosa bella, sentirmi bene e libera di essere legata a qualcuno.

C’è una bella differenza che invece mettere corde e manette ai polsi e alle personalità e alla vita delle altre persone.

Che poi, tra parentesi, sarebbero quelle importanti per noi, sarebbero le persone che amiamo e che vorremmo accanto per sempre o perlomeno “per sempre finchè dura”.

Mi pare tutto un gran controsenso.

Non è dalle privazioni che avremo vicino una persona contenta di vederci quando ci si vede.

Non è dalla gelosia pazza che avremo una persona fedele accanto. Anzi.

Se si vuole tradire, gelosia o no, si tradisce, e che venga confessato o no i conti alla fine si fanno soprattutto con se stessi e la propria coscienza.

E’ importante la limpidezza, le buone intenzioni, i buoni sentimenti, volersi bene e rispettarsi. E avere fiducia.

Ma di qui a comportarsi nel rapporto (che vale nell’amicizia come nell’amore come nei rapporti genitori-figli etc..) come dei nazisti ce ne passa.

E comunque sono sicura che tutto questo derivi anche da una forte sfiducia in se stessi, scarsa stima di se stessi e irrazionale paura di non essere abbastanza.

Irrazionale perchè se quella persona ci ha scelto tra tante ci sarà un motivo. Perchè fargli cambiare idea?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Storie di ordinaria follia

Come sapete (o non sapete, vabbè chissenefrega lo ridico) insegno matematica e fisica in un centro studi…

Immaginerete quanto io poco stia lavorando in questo periodo visto che di maturandi ce n’era una sola, e oggi c’erano gli scritti di matematica (a proposito devo andarmi a guardare le tracce 🙂 ), e visto che tutti i miei alunni sono stati promossi senza debiti 🙂

Tutto molto bello, ok non lavoro e nun pigl na lir però è na soddisfazione!

Ma TADAAAN ieri mi chiama la segretaia e fa: “Simo guarda che U. ha preso il debito” —-> la mia faccia —-> 😐

Ma come, gente che prende le parentesi quadre per buste della spesa è stata promossa senza debiti e proprio lui che va benino ha preso il debito!

BAH

Mi fa lei “eh si infatti anche i genitori non ci possono credere, vogliono anche parlare con te per capire un po’ la situazione”…

Detto fatto, penso che però non tutti i mali vengono per nuocere perchè così mi faccio qualche altra ora di lavoro mentre aspetto sti cazzo di documenti per la partenza, e oggi vado a lavoro.

U. era strabiliato quanto me, chiacchieriamo un po’, facciamo un’oretta di lezione e poi se ne va, e chiamo la mamma al telefono.

Ora, lui ha una sorella che l’anno scorso ho seguito ma quest’anno non ha voluto farsi aiutare per cui non si è vista proprio…

Iniziamo a parlare, le spiego che la situazione non è grave e che anzi, sono abbastanza stupita del debito di U. e allora lei inizia a sfogarsi come una pazza invasata, dicendomi che è rimasta troppo delusa anche e soprattutto dalla sorella, che è stata proprio bocciata!

Mi dice che lei ha tolto i pc dalle camere dei figli, che li fa uscire solo il sabato, che non fanno altro che stare a casa a studiare e poi commenta “però che ne so magari quella se ne sta nella stanza a mettersi lo smalto che le piace tanto, a sentirsi le canzonette e a messaggiare col cellulare in silenzioso perchè altrimenti non me lo spiego”.

E io “eh si effettivamente come le dico che U. va benino le dico anche che la sorella, che ben conosco, è parecchio svogliata, me ne ero accorta anche l’anno scorso”.

E lei da lì inizia lo show. Riporterò le testuali parole, come le ricordo, giuro, non vi dico bugie e non enfatizzo 😐

“No perchè sa, io all’età sua ero già na FEMMN, lei invece mi sembra proprio SCIOCCA pensa solo agli smalti e alle canzoni, è proprio SCIOCCA! Pure Mara Carfagna è vero che si è SCOPATA a Berlusconi qualche volta, però se lui l’è riuscita a far arrivare dove è ora è perchè ha un titolo di studio, una laurea, e quindi ok si è fatta qualche scopata ma ora sta in politica! Quella pure la nipote di una mia amica se l’è scopato, ma non aveva titoli di studio, lui le ha chiesto “cosa vuoi?” e lei “aprimi na boutique” e lui le ha aperto una boutique! Voglio dire, se non vuole studiare l’anno prossimo la mando a fare l’estetista se proprio le piace mettersi sto smalto, evidentemente sarà brava che le devo dire”

Io così 😐

Guardavo la segretaria e la titolare allibita, facendo la tipa sciolta ma assolutamente pensando “chest sta fòr!”.

Io non so se ci rendiamo conto, la figlia sarà anche sciocca ma una madre che spera che si laurea perchè così se si fa chiavare da Berlusconi può fargli una richiesta + soddisfacente non ha prezzo 😐

E soprattutto……IO INSEGNO MATEMATICA ma cosa cazzo c’entro 😐

MAH

A volte penso che dovrei evitare di essere così “accarn e maccarun”  con la gente e imparare a essere + formale 😐