Documenti declassificati dell’FBI sostengono che Hitler scappò in Argentina (?)

Mi sono imbattuta in un video di un simpatico ragazzo con un altrettanto simpatico (quanto odioso 😀 ) accento toscano.
Pare che lui nella vita si diletti con tutt’altro (videogiochi), ma che questo video gli sia uscito dal “cuore” quando sono state diffuse alcune informazioni.
Il video in questione è questo:

Ora, io di natura non sono un’invasata complottista/complottara ma non sono nemmeno una anti-complottista totale, nel senso che credo che ogni cosa vada analizzata e scandagliata prima di dire “no, è ‘na strunzat’‘” oppure “Wow che cosa incredibile, non ci avrei mai scommesso un centesimo!“.
Così mi sono andata a guardare i link alle fonti postati dal ragazzo in questione, trovando delle cose interessanti:
1) I documenti ufficiali sul sito dell’FBI, declassati da pochissimo tempo, presenti in bella vista sotto gli occhi di tutti.

2) L’articolo su cui si basa il video e tutta la discussione contenuta all’interno, che riporto più giù e che potete trovare online cliccando qui

3) L’articolo del The Guardian in cui si spiega che le analisi del DNA hanno rivelato che il pezzo di teschio ritrovato nel bunker dove Hitler si sarebbe suicidato in realtà appartiene a una giovane donna.

E’ da sottolineare che nelle prime righe del documento FBI si legge: “Information obtained from […] unable to be verified because of […] disappearence. Attempts to locate […] negative. No record of him in police or INS files“.

Screenshot del documento ufficiale dal sito dell'FBI.

Screenshot del documento ufficiale dal sito dell’FBI.

La fonte della notizia, quindi, non sarebbe verificabile nè rintracciabile, per cui l’FBI non ha potuto “cambiare” la storia, per davvero, nel concreto, con questa “rivelazione”.

Tale fonte sarebbe da ritrovarsi in un uomo europeo, tale H.H.K., comparso su numerosi giornali come il “detentore della verità” riguardo al Führer.

Il documento dell’FBI, comunque, è formato da ben 203 pagine, molte delle quali contengono articoli di giornale a sostegno della faccenda: foto di un ipotetico Hitler anziano, testimonianze sul fatto che sia stato avvistato a Bogota e moltissimo altro ancora.

In uno dei documenti collezionati all’interno del file, addirittura, si ipotizza la venuta di Hitler in Trentino Alto Adige, proprio da noi in Italia, e se ne stila un possibile volto “after fine della guerra”.

Screenshot di una pagina del documento sul sito dell'FBI

Screenshot di una pagina del documento sul sito dell’FBI

Non essendoci nulla di concreto che faccia puntare verso una direzione o l’altra, comunque, a parte qualche analisi, una teoria non verificabile e qualche pezzo di giornale, non c’è nessuna verità da svelare (?). Ma il fatto che Hitler fosse un uomo così potente, influente, abile manipolatore e pieno di sè di certo lascia qualche dubbio sul fatto che possa essersi suicidato, semplicemente, nel suo bunker per non essere “preso”.

Naturalmente, come spesso avviene per tante cose, sui libri di storia, comunque, la versione ufficiale rimane una ed unica, almeno per adesso.

Riporto l’interessante articolo di cui vi parlavo prima per intero.

Documenti declassificati dell’FBI sostengono che Hitler scappò in Argentina

 

Alcuni documenti dell’FBI recentemente declassificati dimostrano che il governo americano era a conoscenza che Adolf Hitler scappò dal bunker di Berlino e che questi fosse vivo e vegeto, e che viveva nelle Ande dopo la seconda guerra mondiale. La storia ci dice che il 30 aprile 1945 Adolf Hitler si suicidò nel suo bunker sotterraneo, il suo corpo fu poi identificato dai sovietici e riconosciuto dalle arcate dentarie (il cadavere era parzialmente carbonizzato) per poi essere seppellito insieme alla moglie, Eva Braun. I suoi resti furono seppelliti a Magdeburgo e successivamente riesumati nel 1970, quando furono completamente bruciati e buttati nel fiume Elba. Fin qui la storia che tutti noi conosciamo.

I documenti recentemente pubblicati dall’Intelligence statunitense ci raccontano un’altra versione dei fatti. Hitler ed Eva Braun furono aiutati nella fuga dal responsabile dell’OSS Allen Dulles, che li fece imbarcare su due sottomarini diretti in Argentina. I due insieme ad “Alti ufficiali Tedeschi” raggiunsero poi i piedi delle Ande, dove vissero in una casa costruita apposta per loro. Le informazioni provengono da un informatore (rimasto anonimo) che scambiò l’asilo politico con queste importantissime rivelazioni.

 Alla luce di questi nuovi documenti le rivelazioni dell’architetto Alejandro Bustillo vengono ora viste in un’ottica completamente differente: egli asserì di aver realizzato una splendida villa in stile bavarese ai piedi delle Ande proprio per ospitare la coppia tedesca, che lì viveva in totale pace e armonia.

Il governo argentino accolse non solo l’ex dittatore tedesco, ma lo aiutò nella sua sparizione. L’informatore diede indicazioni riguardo i villaggi che visitò Hitler, e disse di aver visto con i suoi occhi anche lo sbarco al porto Argentino. L’addetto navale statunitense in Argentina testimoniò (allora, nel 1945) inoltre di aver visto due sottomarini tedeschi approdare nel paese sudamericano, e che nel secondo con ogni probabilità erano presenti Eva Braun e Adolf Hitler.

Assume anche una prospettiva di verità la prova del DNA condotta da Nicholas Bellatoni nel 2009, che verificò che i resti (un pezzo di cranio) in possesso ai russi non erano in nessun modo appartenuti ad Hitler (fonte: The Guardian).

 

Voi che ne pensate?

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Zombie al microscopio

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No, non si parla di The Walking Dead, nonostante sia l’argomento del mese. Parliamo del mito degli zombie: cosa riguarda, cosa nasconde e, soprattutto, cosa svela.

Da quando ho cominciato il rewatch di X Files, per approdare poi ancora più pronta e preparata alla nuova miniserie che si è appena conclusa (da fan sfegatata quale sono sin dai tempi del liceo) mi sono resa conto che Chris Carter è un genio ancor più di quello che ricordavo, perchè ogni singola puntata, perlomeno delle prime serie, prende spunto da risvolti scientifici o leggende realmente tramandate nei posti più svariati della Terra. Ho deciso così di aprire una nuova categoria di articoli su questo blog: “X Files Inspiration” 😀

Per primo, ho deciso di indagare sul “fattaccio zombie“.

Attraverso un’analisi scientifica dei fenomeni è possibile, oggi, guardare con occhio diverso quello che ieri appariva inspiegabile, leggenda.

Si sa, l’uomo ha un rapporto particolare con ciò che non comprende, lo demonizza o lo osanna, a seconda dei casi: è questa la radice delle religioni, delle scaramanzie e delle tradizioni più antiche per molti popoli.

Ne hanno parlato le storie tramandate da padre in figlio, la letteratura,la tv, ma in pochi possono dire di aver avuto a che fare con queste entità sul serio, a parte Mulder e Scully, ovviamente 🙂

Ma non si può parlare di zombie senza parlare di Clairvius Narcisse.

Clairvius, un contadino haitiano, venne ricoverato in ospedale nel ’62 a causa di una violenta febbre, nevralgie e sangue che gli usciva dalla bocca. Provava una sensazione strana, come se una marea di insetti camminasse sulla sua pelle. Morì due giorni dopo, come dichiara il suo certificato di morte, e venne seppellito. 18 anni dopo, nel 1980, Clairvius ricomparve al mercato, girovago tra le bancarelle, dove riconobbe la sorella Angelina. Lei non credette ai suoi occhi finchè lui non le raccontò dei particolari privati della loro infanzia.

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Clairvius Narcisse

Fu nel 1982, grazie a Wade Davis, un etnobotanico di Harvard, che si cominciò a far luce sulla faccenda. Intersecando i racconti di Narcisse e i dati che riuscì ad avere in suo possesso, Davis formulò una teoria. Narcisse era convinto che i mandanti della sua “zombificazione” fossero i fratelli, con cui non era in accordo in merito alla vendita di un terreno. Ricordava altresì di aver presenziato coscientemente alla sua “morte” senza poter far nulla, non riuscendo a gridare, parlare, muoversi; era stato cosciente persino durante la sepoltura. Estratto dalla fossa da qualcuno, ricordava di essere stato condotto in una piantagione di cotone dove lavorò in schiavitù per due anni, costantemente drogato e semi-incosciente. La morte del padrone fu una buona scusa per fuggire, ma la memoria era scarsa e appannata per cui girovagò per anni prima che le droghe esaurissero del tutto il loro effetto. La sensazione, poi, che fosse stato tradito dalla sua stessa famiglia lo aveva scoraggiato dal tornare nella sua terra. Davis annotò questa storia una volta arrivato ad Haiti per procurarsi la “polvere zombificatrice” dai bokor, gli sciamani dediti a queste pratiche. Lo studioso riuscì a guadagnarsi la loro fiducia presenziando a cerimonie piuttosto cruente, comprando poi 8 diverse polveri zombificanti che analizzò. Il contenuto fu sorprendente: frammenti di rospi e di pesce palla, autoctono delle acque di Haiti, ossa e cadaveri umani, ragni, lucertole e piante urticanti.

  • La pelle del rospo è un potente antidolorifico, più della cocaina, che può anche uccidere (bufotossina).
  • Il veleno proveniente dal pesce palla (Fugo) è la tetrotodossina, anch’essa una potente neurotossina “pain-killer” (160mila volte più della cocaina), più tossica del cianuro. E’ in grado di portare ad un repentino coma, che talvolta finisce in morte (i cuochi giapponesi sono specializzati nell’estrarre il veleno da questi animali prima di cucinarli, eppure si registrano ancora casi di intossicazioni).
  • La Datura è una pianta che, in alcune sue specie, può rivelarsi particolarmente allucinogena, spingendo anche verso perdita di memoria a lungo termine, paralisi e morte.

Una combinazione di questi ingredienti sarebbe causa di una morte apparente, con respiro e battito cardiaco così flebili da confondere persino i medici. Ad Haiti, inoltre, le sepolture avvengono molto velocemente a causa del caldo, e le condizioni comatose rendono possibile una sopravvivenza nel sarcofago, per le vittime dei bokor, anche per 8 ore. Il mistero sembrava risolto, ma ulteriori sviluppi trasformarono le certezze in nuove incertezze.

Gli studi di Davis, infatti, vennero confutati. Gli scienziati assicurarono che la neurotossina presente nelle polveri era inattiva, presente solo in tracce, e che quindi era inefficace a generare conseguenze tanto brutali.

Questo non ha fermato però gli Haitiani dal costituire un articolo del codice penale che vietasse e punisse la “zombificazione”: «È da considerarsi tentato omicidio l’utilizzo contro un individuo di sostanze che, senza causare una vera morte, inducano un coma letargico prolungato. Se dopo la somministrazione di tali sostanze la persona viene sepolta, l’azione sarà considerata omicidio indipendentemente dal risultato che ne consegue».

In realtà fu lo stesso Davis a rendersi conto del fatto che non era soltanto la “chimica” a fare il suo lavoro, ad Haiti, ma anche la psicologia.

L’intruglio zombificante dei bokor, in sostanza, sarebbe in grado di fare il suo lavoro soprattutto perchè l’intera faccenda è supportata da radicate credenze e superstizioni popolari.

La teoria che il dosaggio minimo di tetrotodossina riesca a portare al coma letargico, al metabolismo rallentato e alla morte apparente non sarebbe sufficiente a giustificare questo stato di cose, scientificamente, se molto non accadesse per suggestione, quindi.

 

Ci si immagina persino la scena: un uomo rinchiuso, drogato, per ore in un sarcofago, viene estratto dai suoi aguzzini, “risvegliato” a suon di botte e reso “zombie”, oltre che dalle sostanze psicotrope, anche dai danni cerebrali subiti, probabilmente, a causa della mancanza di ossigeno. Ma non è abbastanza, secondo gli studiosi.

Ci sarebbero tre componenti da considerare:

  1. Il fatto che le sepolture avvengano repentinamente a causa del caldo potrebbe giustificare la presenza di un numero notevole di morti apparenti, con conseguenze immaginabili.
  2. I sarcofagi usati per le sepolture spesso non vengono sotterrati in cimiteri ma posizionati fuori dal terreno, nei pressi di normali abitazioni private, per cui riesumare un cadavere per i riti vodoo non sarebbe una cosa così difficile ad Haiti.
  3. Non sono mai stati visti questi “zombie resi schiavi” ma sempre e solo “zombie vaganti” provenienti da chissà dove. Potrebbe semplicemente trattarsi di persone malate di mente girovaghe del territorio (erroneamente “riconosciute” da parenti superstiziosi).

A supporto di questa tesi, come cita l’interessante articolo del CICAP da cui ho preso spunto, ci sarebbe la storia di Felicia Felix-Mentor.

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Felicia Mentor, a sinistra ancora “zombificata”

L’episodio risale alla prima metà del ‘900 ed è stato documentato dall’antropologa Zora Neale Hurston.

Siamo sempre ad Haiti, in un villaggio. Felicia era morta nel 1907, all’età di 29 anni. Trent’anni dopo, nel 1937, nel paese arrivò una donna in gravi condizioni di salute, scalza, con abiti stracciati, che non poteva sopportare la luce diretta del sole. La famiglia Mentor riconobbe in lei Felicia e la prese con sè. Alcuni giorni dopo, però, la donna fu ricoverata a causa delle sue cattive condizioni di salute e i raggi-X svelarono l’arcano: la ragazza non presentava i segni di una frattura alla gamba che invece Felicia avrebbe dovuto avere. Se ne dedusse, quindi, l’evidente errore di riconoscimento.

Tempo fa ne ha parlato anche Focus in un articolo.

Ancora una volta la scienza sembra contenere tutte le risposte di cui si ha davvero bisogno!

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“La notte dei morti viventi” – Fonte: Focus

Nonostante questo, comunque, ci sono moltissime altre teorie che sono state ipotizzate. C’è chi ha parlato di esperimenti militari andati fuori controllo e chi ha nominato un virus, il cosiddetto Solanum, che avrebbe origine addirittura pre-umana e porterebbe alla non-morte. Su un sito si legge:

Il Solanum agisce spostandosi attraverso il flusso sanguigno dal punto d’ingresso fino al cervello. Con processi  non ancora del tutto chiari, il vrus usa e distrugge le cellule del lobo frontale per replicarsi. Durante questa fase il cuore si ferma, e il soggetto infetto risulta “morto”. Il cevello tuttavia rimane in vita, ma in una sorta di letargo, mentre il virus ne muta le cellulegenerando un organo completamente nuovo. Il tratto piu; distintivo di questo nuovo organo e’ l’indipendenza dall’ossigeno. Eliminando il bisogno di questa risorsa, il cervello non-morto puo’ utilizzare il complesso meccanismo di sostegno del corpo umano. Una volta completata la mutazione, questo nuovo organo rianima il cadavere dando luogo a un nuovo essere, completamente diverso da quello precedente. Alcune funzione corporee rimangono costanti, altre operano in misura divera, altre ancora cessano del tutto. Il nuovo organismo e’ uno Zombie.

Origine
Purtroppo la ricerca non ha ancora trovato in natura un campione di solanum. Acqua, aria e suolo di tutti gli ecosistemi, ne sono privi. Metre scriviamo questo sito, la ricerca continua.

Naturalmente non c’è nulla di fondato, anzi: è stata la trovata geniale di uno scrittore, che ha inserito questa malattia fittizia per dare più credito e interesse ad un suo libro. Si tratta di  Max Brooks, “The Zombie Survival Guide“.

Il traffico degli animali e i falsi volontari

Da leggere e condividere…

A volte ci sono realtà che nemmeno sogneremmo nei nostri peggiori incubi..

 

Cliccate qui.

Buonanotte…

Accettare non vuol dire usare l’accetta

Puntare il dito

 

Stanotte ho dormito abbastanza per cui mi posso permettere di scrivere un post alle 4 di mattina, anche perchè checcazz, siamo ad Agosto (anche se il mio corpo fatica ad accorgersi che sarebbe un mese di vacanza… vacanza?! E cos’è na cosa che si magna?).

 

Non è una cosa che faccio più spesso, ma stasera ho partecipato a una conversazione con dei non-ben-precisati haters sul mondo del vegetarianesimo e veganesimo, che in quanto haters giustamente credevano di sapere tutto, di poter offendere un po’ come gli veniva, e di possedere (come tutti gli haters) la verità tra le loro preziosissime dita che non avevano altro da fare oltre a dover lasciare commentini deficienti e disinformati sotto una (simpatica) vignetta a tema di un amico comune (che era l’unica cosa che avevamo in comune, a quanto pare).

Questa(non)partecipazione (perchè si sa, a parlare col muro si richia di essere più ascoltati che da certi muli impalati nel terreno, senza offesa per i muli che sono creature tenerissime e anche intelligenti) mi ha fatto però cogliere delle importanti conclusioni e cioè:

– internet è il rifugio di troppi nullafacenti

– certa gente va “contro” giusto per il gusto di andarci, per impostare una guerra, per darsi un tono e una personalità che non hanno

– devo smetterla di sprecare tempo: a parlare con i cretini mi sento io cretina

le persone hanno paura del “diverso”, qualunque cosa il diverso rappresenti… ma finiscono così per assomigliargli allo specchio, all’opposto.

 

———————————————- okok lo ammetto, mi sono addormentata, riprendo stamattina 🙂

Dunque, dicevo, tra i vari aspetti elencati quassù quello che secondo me vale la pena analizzare è l’ultimo…

 

Diverso in questa società omologata e omologante può essere qualsiasi cosa diversa da sè: diverso per un etero è un omosessuale e per un omosessuale è un etero. Per cui gli etero cominciano una battaglia informativa per dire che l’omosessualità è sbagliata, e di contro gli omosessuali si buttano nelle piazze a fare casino con i gay-pride. (Per inciso, io non approvo nessuna delle due forme di “protesta” perchè credo non ci sia nessuna protesta da fare, entrambe le parti si fanno portavoce di una “diversità” che non unisce ma crea fazioni)

 

Diverso in questa società omologata e omologante può essere qualsiasi cosa diversa da sè: diverso per un onnivoro è un vegetariano/vegano, e per un vegetariano/vegano e l’onnivoro. Per cui l’onnivoro passerà il tempo a trovare elementi che rendano giusta e plausibile la sua alimentazione, e di contro i vegetariani/vegani faranno lo stesso, attaccando gli onnivori nella stessa maniera in cui si sentono attaccati da loro, andando ad analizzare persino le puzzette delle vacche per trovare motivazioni a loro sostegno. Di contro, gli onnivori diranno che “da sempre, dall’età della pietra, l’uomo mangia carne”. E allora io dico semplicemente: andate a vivere nelle caverne, senza acqua/luce/gas/comfort, mettetevi na clava in mano e na pelliccia addosso e andatevi a procurare il cibo da soli, perchè l’uomo ai tempi della pietra così faceva.

 

Diverso in questa società omologata e omologante può essere qualsiasi cosa diversa da sè: diverso per chi vive in città è chi vive in periferia, che seppure ha dei vantaggi enormi, tipo vicinanza del mare, terra e spazi verdi a gogo, case e ville da paura a prezzi economici, “vive in un posto dimenticato da Dio, meglio un buco in città che una reggia fuori città” (senza rendersi conto che poi spendono i soldi per andare in vacanza…. fuori città! Che barzelletta), e al contrario diverso per chi vive fuori città è chi vive in pieno centro cittadino, per cui, come nei casi precedenti, ognuno tenterà di tirare acqua al suo mulino con questa, quella o quell’altra tesi o teoria.

Diverso in questa società omologata e omologante può essere qualsiasi cosa diversa da sè: diverso per chi utilizza medicinali come caramelle è chi si cura il più possibile con l’omeopatia e le cure erboristiche, per cui passerà la vita a denigrare questo tipo di risoluzioni alternative tacciandole come “inutili placebo”, e viceversa, chi usa soltanto medicinali omeopatici passerà la vita a rompere le balle a chi utilizza la medicina classica, definendoli avvelenatori di se stessi.

Potrei continuare fino a domani mattina, smettere, e riprendere ancora.

 

La questione è semplice.

Perchè queste continue guerre, questi continui accanimenti che a volte sfociano nei litigi e nelle discussioni più accese, o peggio, in dibattiti sterili dove ci si offende solo a vicenda, magari con offese vere e proprie o facili sarcasmi?

Perchè sprecare il tempo, che si sa, è unico e non è restituibile, per diffondere questo tipo di messaggi, diciamo, “dell’ANTI”?

La risposta non è difficile da dare: perchè probabilmente nel momento stesso in cui critichiamo e denigriamo qualcosa è perchè mina le nostre stesse convinzioni, e chi dobbiamo convincere delle nostre stesse teorie siamo in primis noi stessi!

L’esistenza di teorie altrettanto valide alternative mette in crisi probabilmente il nostro ego, o semplicemente ci fa sentire a disagio per cui è più facile denigrare e offendere altre idee e pensieri, di modo da darci un tono e rimanere quindi convinti delle nostre cose, immobili, sul piedistallo della Verità Assoluta che crediamo di possedere.

E se non fosse così?

E se non esistesse UNA SOLA Verità Assoluta?

E se semplicemente l’unica cosa reale e vera è che al mondo esiste IL TUTTO e semplicemente basterebbe accettare questa multisfaccettatura dell’esistenza?

Non è che al mondo dobbiamo diventare tutti vegetariani o tutti omosessuali o tutti dobbiamo svuotare le città e le farmacie, semplicemente c’è chi preferisce trasferirsi fuori città, o ci è costretto, e chi preferisce rimanere nei centri cittadini, c’è chi ha attrazione per l’altro sesso e chi per lo stesso sesso, addirittura c’è chi è attratto da entrambi, e si ricade poi in altre sfaccettature ancora, c’è chi viene attratto dai magri, chi dai grassi, chi dai piedi, chi dalle mani, chi dalle orecchie, fino a sfociare poi in chi è leale con il proprio partner e chi preferisce invece andare anche con altri, c’è chi fa gli scambi di coppia, chi pratica il sadomaso, chi invece ama starsene tranquillo con il suo partner a farsi le coccole.. c’è chi (purtroppo) è attratto dai bambini, c’è chi fa sesso con gli animali… Quello è il vero problema, quando le proprie inclinazioni fanno danno agli altri che non sono consenzienti. Per il resto tutto è lecito fin quando c’è consenso e rispetto reciproco.

C’è chi ha abolito la medicina classica per se stesso e preferisce le cure più lunghe e costose date dall’omeopatia, c’è chi è estremo e manco in ospedale prende medicinali classici, e chi invece è più moderato, e fa un uso a metà tra le due scuole di pensiero, c’è chi come punto di riferimento ha un medico generico e chi invece paga un medico privato, magari omeopatico, per avere un altro tipo di pareri…

 

Perchè questa voglia di diffamare chi la pensa diversamente?
Perchè questa presunzione a possedimento della verità assoluta?
Perchè intavolare queste guerre cretine quando invece si potrebbe tranquillamente coesistere tutti quanti nel rispetto degli altri? (Finchè, appunto, non fanno torto a nessuno).

 

E’ facile criticare, o sparlare alle spalle della gente, più difficile è tentare di evitare l’omologazione e unirsi nella diversità.

Fa così paura la diversità?
E se la diversità non esistesse e esistessero solo differenze?

E’ ora che evolviamo un po’ altrimenti chi ci guarda da lassù (tipo gli alieni :D) penserà che siamo una razza da estinguere, degli emeriti imbecilli!

Leishmania, info,contagio e prevenzione

Qui su Cronaca Flegrea trovate il mio articolo in merito,

scritto sulla base delle mie esperienze e con l’aiuto di alcune info reperite attraverso veterinari in tutta Italia.

Finalmente qualche buona notizia per il Litorale Domitio

E’ incredibile come un luogo di cultura e storia come il litorale Domitio per tanti anni, decenni direi, è stato lasciato a sè stesso, accumulando critiche e facendosi “la brutta nomea” di posto per truzzi o per disagiati.

Da qualche tempo la base NATO Americana si è trasferita da Agnano a Lago patria (e a passarci davanti fa impressione, è una città!), c’è chi l’ha presa bene e chi l’ha presa male, ma fondamentalmente il passaggio obbligato degli americani in queste zone ha portato una ventata di novità e di rinnovi.

Innanzitutto hanno fatto nei mesi scorsi, SU RICHIESTA PROPRIO DEGLI AMERICANI, gli scavi per inserire la tubazione del metano, perchè ebbene sì, qui a Licola/Varcaturo/Lago Patria nemmeno il metano c’era, e abbiamo tutti i bomboloni di gas da riempire collegati alla cucina e ai riscaldamenti (non che sia una cattiva cosa, ma il riempi/svuota/riempi non è proprio il top della comodità, per quanto ci si possa abituare). In più il loro instaurarsi qui ha permesso a molte attività di rifiorire o sorgere (data la loro nota vena alcolista ora i pub e i bar spuntano come funghi, e lavorano tutto l’anno e non solo d’estate!), alcuni lidi (ma non so se c’entrano loro) sono stati sequestrati perchè non idonei, ed è cominciata un’ordinatissima raccolta differenziata.

In più, stamattina, leggevo questo articolo:

Finalmente una buona notizia: il mare del litorale giuglianese torna balneabile

Finalmente una buona notizia per la città di Giugliano. Dopo un’attesa lunga più di vent’anni torna balneabile, almeno in parte, il mare di Giugliano. I tratti di costa dove i bagnanti potranno tornare a tuffarsi in acqua sono quelli di Marina di Varcaturo da via Orsa Maggiore al Km. 46.800SS7 e il tratto tra via Stella Maris e via Licola Mare, a sud della pineta. Più della metà dei 2,4 chilometri totali di costa giuglianese, ritorna dunque balneabile. La decisione è arrivata in seguito alle analisi suppletive effettuate dall’Arpac, su richiesta del Comune, che hanno sancito il miglioramento della qualità delle acque e la conseguente balneabilità del tratto di litorale. I dati sono stati trasmessi dalla Regione ai commissari straordinari, i quali hanno revocato parte dell’ordinanza emanata lo scorso maggio con cui avevano disposto il divieto di balneabilità sull’intera costa giuglianese, limitatamente ai tratti di costa del litorale cittadino dove i risultati analitici sono risultati conformi ai valori previsti dalla normativa vigente dei quattro campionamenti con cadenza quindicinale. Soddisfatti gli operatori balneari, che da tempo avevano chiesto al Comune di effettuare le analisi suppletive. Come prevede la normativa, le acque di balneazione sono state classificate secondo le classi di qualità: scarsa, sufficiente, buona ed eccellente. Per essere considerate balneabili le acque devono essere almeno di qualità “sufficiente” per almeno quattro anni di seguito. Analizzando i risultati per la costa giuglianese, si può notare infatti che non tutte le aree non balneabili rispondono alla classificazione di “scarso”, ma alcune sono eccellenti. Nello specifico il tratto di Marina di Varcaturo e il lato nord di Licola è stato classificato ‘Eccellente”, il lato di Licola Sud “Sufficiente” e quello di via Squalo “scarso”. Rispetto all’anno scorso c’è un miglioramento del tratto tra via Stella Maris e via Licola Mare, l’anno scorso classificato come buono mentre quest’anno è eccellente. Oltre che delle belle e attrezzate strutture turistiche del litorale, adesso i bagnanti potranno anche godere del mare. Se da un lato i dati sulla balneabilità sono in netto miglioramento, dall’altro il litorale giuglianese deve però ancora fare fronte agli stessi problemi che ne limitano da tempo il pieno sviluppo. Due le questioni importanti da risolvere: la questione dei sequestri effettuati la scorsa estate, che ha visto le forze dell’ordine intervenire ponendo i sigilli a più di 20 stabilimenti balneari per assenza della necessaria concessione demaniale; e l’atteso piano spiagge del Comune di Giugliano, il cui percorso è bloccato da oramai due anni. Ma con la riconquista della balneabilità dell’acqua è stato fatto un piccolo grande passo.

fonte

E l’altro giorno quest’altro:

Litorale domitio, l’Unione europea dà il via libera ai progetti per la bonifica. 475 milioni di euro per depuratori e fogne

Duecentotrenta milioni di euro per bonificare il litorale domitio e interventi per il disinquinamento da Capo Miseno al Garigliano, nel basso Lazio, per un totale di 475 milioni di euro. Il via libera ai progetti, dopo 40 anni di attese, intoppi e inchiesta giudiziarie, è stato dato dal commissario per la politica regionale e urbana dell’Unione europea. Un percorso – partito con gli interventi della ex Cassa per il Mezzogiorno – che sembra ora giungere al traguardo. I due interventi prevedono la realizzazione di reti fognari e impianti per il trattamento delle acque reflue al fine di migliorare la qualità ambientale delle acque. Ciò, secondo le previsioni, consentirà di rendere balneabili 45 chilometri di costa e di attirare nuovi investimenti, conferendo in tal modo nuovo slancio al settore turistico. Saranno sottoposti ad intervento di adeguamento il depuratore di Acerra, il depuratore della Foce dei regi lagni, l’impianto di depurazione di Marcianise e il depuratore di Cuma. Altri interventi, per un totale di 30 milioni e 400 mila euro, consentiranno di completare la rete fognaria.

fonte

Insomma ultimamente arrivano solo buone notizie, orgogliosa di aver avuto fiducia e di aver messo piede in questi posti quando tutti mi dicevano che ero pazza 🙂

Prima inquinano e poi boinificano, l’importante è che i soldi fluiscano sempre nella stessa direzione

I 47 comuni “tossici” del casertano riconosciuti dal Ministero della Salute
i clan della camorra prima hanno inquinato ed ora tentano di bloccare gli appalti per le bonifiche.

I 47 comuni

Quarantaquattro aree del Paese inquinate oltre ogni limite di legge. Sei milioni di persone esposti a rischio malattie, tutte mortali: tumori, malattie respiratorie, malattie circolatorie, malattie neurologiche, malattie renali. Il Ministero della Salute ha diramato la lista delle zone a rischio, individuando una macro area compresa tra il litorale domizio-flegreo e l’agro Aversano, che comprende le province di Napoli e Caserta. Sono addirittura 47 i paesi di Terra di Lavoro “ammalati”. I Comuni evidenziati con il cerchietto rosso sono Acerra, Arienzo, Aversa, Bacoli, Brusciano, Caivano, Camposano, Cancello ed Arnone, Capodrise, Capua, Carinaro, Carinola, Casagiove, Casal di Principe, Casaluce, Casamarciano, Casapesenna, Casapulla, Caserta, Castelvolturno, Castello di Cisterna, Cellole, Cervino, Cesa, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Curti, Falciano del Massico, Francolise, Frignano,Giugliano in Campania, Grazzanise, Gricignano di Aversa, Lusciano, Macerata Campania, Maddaloni, Marcianise, Mariglianella, Marigliano, Melito di Napoli, Mondragone, Monte di Procida, Nola, Orta di Atella, Parete, Pomigliano d’Arco, Portico di Caserta, Pozzuoli, Qualiano, Quarto,Recale, Roccarainola, San Cipriano d’Aversa, San Felice a Cancello, San Marcellino, San Marco Evangelista, San Nicola la Strada, San Paolo Bel Sito, San Prisco, San Tammaro, San Vitaliano, Santa Maria a Vico, Santa Maria Capua Vetere, Santa Maria la Fossa, Sant’Arpino,Saviano, Scisciano, Sessa Aurunca, Succivo, Teverola, Trentola- Ducenta, Tufino, Villa di Briano, Villa Literno, Villaricca e Visciano. Comuni che in gran parte risentono della vicinanza con le discariche, ma anche dei veleni dell’ecomafia. I risultati hanno, infatti, mostrato un trend di rischio in eccesso all’aumentare del valore dell’indicatore di esposizione a rifiuti per la mortalità generale per tutti i tumori; per tumore epatico in entrambi i generi, per il tumore polmonare e dello stomaco nei soli uomini. La presenza dei siti contaminati è rilevante e documentata in Europa e in Italia. Negli Stati membri della European Environment Agency (EEA) i siti da bonificare sono circa 250.000 e migliaia di questi siti sono localizzati in Italia: 57 di essi sono definiti di “interesse nazionale per le bonifiche” (SIN) sulla base dell’entità della contaminazione ambientale, del rischio sanitario e dell’allarme sociale. I 57 siti del “Programma nazionale di bonifica” comprendono aree industriali dismesse, aree industriali in corso di riconversione, aree industriali in attività, aree che sono state oggetto in passato di incidenti con rilascio di inquinanti chimici e aree oggetto di smaltimento incontrollato di rifiuti anche pericolosi.

Alcune aziende vicine ai clan della camorra prima hanno inquinato ed ora tentano di bloccare gli appalti per le bonifiche! In pratica dopo averle avvelenate le ripuliscono! O almeno provano a farlo. Società vicine alla camorra si sarebbero infiltrate nel maxi affari della bonifica. E’ questa la traccia che stanno seguendo in queste settimane diverse Procure della Repubblica del territorio nazionale dopo l’input arrivato dal magistrato Franco Roberti, capo della Procura Nazionale Antimafia, che ha confermato un aspetto nuovo ed inquietante negli intrecci tra mafia, colletti bianchi e disastro ambientale. Il clan dei Casalesi sarebbe arrivato, infatti, a controllare diverse società del settore ed è molto alto il rischio che siano gli stessi esponenti della cosca che ha avvelenato l’ormai lontana Terra di Lavoro a gestire l’opera. Non certo per risarcire le popolazioni investite da quella che si è configurata ormai come una vera e propria emergenza nazionale. Lo spirito che ha invogliato i Casalesi ad investire nelle opere di bonifica è lo stesso che li ha portati ad avvelenare l’agro Aversano, il basso Volturno e le realtà limitrofe: il business. Milioni di euro, sotto forma di finanziamenti, potrebbero in pratica finire dalle casse delle istituzioni alle mani dei colletti bianchi per finire nelle tasche degli attuali reggenti del sodalizio criminale, che, pur decimati dal punto di vista numerico, non avrebbero del tutto abbandonato il settore dell’ecomafia, che negli anni ha consentito al clan di ottenere lauti guadagni e contatti importanti all’interno del mondo politico. Tante le zone grigie che aleggiano, come un’ombra sugli interventi che dovrebbero ripulire vaste zone della provincia di Caserta da anni di sversamenti illeciti e discariche abusive, occultate anche a diversi metri da terra. In questo quadro un ruolo importante potrebbero averlo anche gli ultimi pentimenti eccellenti avuti all’interno della fazione Schiavone dei Casalesi, una di quelle, insieme agli Bidognetti e agli Zagaria di Casapesenna, più attiva nel settore. Eduardo De Martino, Raffaele Maiello, ed in ultimo Luigi D’Ambrosio. Proprio lui, l’autista di Carmine Schiavone , fino alla cattura del terzogenito di Sandokan, avvenuta ad Aversa il 21 gennaio scorso potrebbe delineare uno scenario ancora più chiaro. Dalle sue dichiarazioni sei giorni fa si è cominciato a scavare in via Sondrio a Casal di Principe, ritrovando fusti di rifiuti che saranno ora analizzati. D’Ambrosio, che secondo alcuni pentiti nei mesi scorsi avrebbe custodito anche l’ultimo mastro degli Schiavone, potrebbe fornire ulteriori elementi in grado di delineare non solo in che modo il clan ha nascosto i suoi veleni ma anche con quali soldi vuole partecipare all’opera di bonifica dei territori “di competenza”.

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L’orrore è tutto “umano”

Il commercio dei feti 

In Slaughter of the Innocent avevamo già riportato casi di ricercatori che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna compravano dagli ospedali feti appena abortiti, per assicurarsi materiale sperimentale umano vivente. Da allora la pratica si è andata espandendo, nonostante la dichiarata disapprovazione ufficiale. Intanto è giunta notizia che i finanziamenti concessi dal governo statunitense sono serviti ad appoggiare molti esperimenti su feti umani abortiti vivi, acquisiti dagli ospedali finlandesi. Che c’entra la Finlandia? La Finlandia c’entra perché là è possibile abortire legalmente feti di cinque mesi, età alla quale molti sopravvivono, poi si possono far sviluppare in incubatrice e vendere a “ricercatori” che non essendo rimasti soddisfatti delle risposte ottenute dagli animali vorrebbero indagare su materiale umano.
Come al solito, soltanto i pochi mezzi d’informazione che usano portare alla luce le realtà più vergognose, anziché tacerle come preferiscono fare gli organi dell’establishment (più sono importanti e meno rivelano), hanno riportato il brutto fatto. Uno è stato il Globe di Greenwich, Connecticut, che il 19 agosto 1980 pubblicava un articolo, firmato da Charles Lachman, sui “NEONATI ABORTITI MANTENUTI IN VITA PER ESPERIMENTI MACABRI”:

Un ospedale finlandese ha condotto esperimenti raccapriccianti su feti umani vivi con l’appoggio finanziario del governo degli Stati Uniti.
Globe ha appreso che gli scioccanti esperimenti implicano la decapitazione dei neonati e l’apertura del loro stomaco senza nemmeno la somministrazione di un anestetico. 
Il giornalista olandese Hans Perukel, che ha condotto indagini nell’ospedale, afferma che i feti abortiti sono stati acquistati da un ospedale di Helsinki grazie a un finanziamento di 12.000 dollari fornito dal governo degli Stati Uniti.
Questo denaro è stato trasmesso in Finlandia da uno scienziato americano, il dott. Peter Adam di Cleveland, Ohio, che ha ottenuto l’assegnazione di 600.000 dollari dall’Istituto Nazionale della Sanità statunitense per condurre ricerche su feti umani.
Il dott. Adam, 44 anni, è morto il mese scorso per un tumore al cervello. La sua vedova, la dottoressa Katherine King, pediatra, ha dichiarato al Globe che suo marito aveva da molto tempo troncato ogni rapporto con i suoi colleghi finlandesi e che il denaro statunitense non veniva più usato per finanziare la ricerca.
Ha anche aggiunto che, prima della sua morte, il dott. Adam aveva smesso di lavorare su feti umani nel suo laboratorio di Cleveland.
Per realizzare quegli esperimenti fu scelta inizialmente la Finlandia poiché in questo paese vi sono leggi molto liberali sull’aborto, grazie alle quali si può abortire legalmente un feto di cinque mesi senza incorrere in un procedimento giudiziario. Di conseguenza, molti di questi feti sopravvivono all’aborto.
I feti sopravvissuti di Helsinki venivano mantenuti in vita in un’incubatrice e poi trasferiti in un ospedale nella città portuale di Turku dove rimanevano in attesa del loro macabro destino. 
Un infermiere dei laboratori di Turku ha dichiarato di aver assistito a uno degli esperimenti, diretti dal ricercatore finlandese dott. Martti Kekomaki. In un dossier pubblicato questa settimana dalla rivista sorella del Globe, il National Examiner, egli racconta: “Presero il feto e gli aprirono la pancia. Dissero che volevano il suo fegato. Tirarono il bimbo fuori dall’incubatrice ed era ancora vivo. Era un maschietto. Aveva un corpo completo, con mani, piedi, bocca e orecchi. Secerneva persino dell’urina”. 
Al piccolo non fu dato alcun anestetico quando i medici gli aprirono la pancia. 
Quando gli fu chiesto di spiegare questo orrore, il dott. Kekomaki dichiarò: “Un bambino abortito è spazzatura”. In ogni caso, a suo parere, un feto aveva scarse possibilità di sopravvivenza; “Perché non farne uso per la società?”. 

Così il dott. Kekomaki ha usato lo stesso luogo comune umanitario a cui ricorrono i vivisettori per giustificare i loro orrendi assassini e la sofferenza che infliggono. Secondo il Globe:

Il dott. Kekomaki ha asserito di aver già salvato molte vite grazie a questi nuovi metodi. L’obiettivo dei suoi esperimenti è di trovare un modo per alimentare neonati prematuri con un nutrimento a base di cervello. E’ per questo che taglia le teste dei feti per isolare il cervello e trasformarlo in nutrimento. “Abbiamo bisogno dei cervelli e dei fegati dei feti abortiti se vogliamo aiutare i neonati prematuri”: così si è scrollata di dosso qualsiasi accusa di crudeltà e brutalità.

Un’altra informazione raccolta dall’articolo del Globe: il già citato dott. Peter Adam, che aveva anche fatto esperimenti su feti umani vivi, era docente di pediatria alla Case Western Reserve University e direttore di metabolismo pediatrico al Cleveland Metropolitan General Hospital, le stesse due istituzioni nelle quali il dott. Robert White effettuava la mostruosa, inutile serie di trapianti di teste di scimmia.
Evidentemente tutta l’abilità del dott. Robert White come neurochirurgo non è bastata a salvare il dott. Adam da una morte prematura, per tumore al cervello, all’età di 44 anni. 

Fonte:
(tratto da pag. 101-103)

Dall’Autore di IMPERATRICE NUDA, Hans Ruesch: LA FIGLIA DELL’IMPERATRICE _ La grande industria della malattia.
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A cura e con un saggio di Marco Mamone Capria

“Cani ridotti a cibo per cani”. I sospetti sulle adozioni all’estero

Migliaia di animali trasferiti in Germania e in altri paesi senza che sia neppure precisato il nome di chi li adotta. Poi  se ne perdono le tracce e si aprono gli scenari più foschi. Il caso è finito anche all’Europarlamento, a Ischia è in corso un processo. Le associazioni animaliste chiedono un intervento deciso e nuove regole

di MARGHERITA D’AMICO
ROMA – Agli occhi di svizzeri, tedeschi, svedesi, belgi, austriaci, francesi, inglesi, in tema di rispetto per gli animali noi siamo terzo mondo. Contrassegnati da corruzione, brutalità, canili lager. Ci ritroviamo perciò sullo stesso piano delle perreras comunali spagnole assimilate a mattatoi, parenti delle stragi autorizzate in Romania o delle miserie e violenze di Grecia e Turchia. Una situazione che motiva imponenti tradotte sotto il nome di adozioni private, anche se a puntare l’indice sono nazioni che effettuano le loro epurazioni legali nel riserbo: invisibili camere a gas, cani e gatti ceduti alla vivisezione, bordelli in cui se ne abusa sessualmente. E non basta. In un’interrogazione del 2011 dell’europarlamentare Cristiana Muscardini, vicepresidente della Commissione commercio internazionale, si chiedevano lumi sulla movimentazione internazionale di randagi ipotizzandone la macellazione. Il sospetto più diffuso, motivato anche dal forte incremento di intolleranze alimentari fra gli animali domestici. è che la carne di cani e gatti possa servire alla produzione di mangimi destinati ai loro simili più fortunati. Fra i controlli cosiddetti di qualità sembra mancare quello adatto a stabilire a quale specie appartenga la carne, dando per buone le autocertificazioni aziendali. Quanto al traffico della droga, anche nelle pinete tirreniche sono stati rinvenuti i corpi squartati di cani usati come inconsapevoli corrieri, né si può escludere che parecchi randagi finiscano alla produzione di pelli e pellicce.

La contraddizione. Gli animali partono verso regioni del Continente dove, ci viene spiegato, il randagismo non è mai esistito perché oltre a uccidere si sterilizza a dovere. Qui una pietà diffusa indurrebbe i cittadini a incamerare orde di meticci paralizzati, malati, anziché evitare l’eutanasia ai propri. Molti dubbi e poche prove, ma considerando l’argomento minore, o scomodo, a dispetto di segnalazioni e denunce da tutta Italia si archivia con facilità, o si omette di indagare a fondo. Forse anche scoraggiati dalla scarsa collaborazione oltrefrontiera. Una delle due rogatorie internazionali avanzate durante la fase istruttoria di un processo – unico sull’argomento – in corso a Napoli riguardo i randagi di Ischia a lungo esportati e volatilizzati in Germania, è rimasta senza riscontro. A Verona, nel 1995, si indagò per verificare nomi e indirizzi a cui erano stati inviati cento cani. Gli intestatari risultarono tutti falsi o morti, ma la faccenda  fu presto dimenticata.

Gli animali in uscita sono così numerosi, e da tanti anni, che, pure ve ne fosse l’intenzione, è utopistico verificare che abbiano davvero trovato famiglia. Migliaia, centinaia di migliaia; non esistono risorse né condizioni materiali per effettuare regolari tour del nord Europa, entrando nelle abitazioni private. In alcuni casi, chi esporta intasca pure i contributi erogati da alcuni Comuni italiani per promuovere  le adozioni; alcune Asl poi concedono gratuitamente passaporti che di solito hanno un costo. Per i cani, s’intende, poiché i gatti, privi di anagrafe, viaggiano senza nemmeno il microchip: invisibili.

Spesso, ormai, non ci si perita neppure di indicare l’adottante straniero, nome e cognome; l’associazione esportatrice s’intesta direttamente gli animali, per trasbordali in canili fuori patria e proporli su siti specializzati ancor prima del loro arrivo: la tassa di riscatto che dovrebbe servire a rimborsare le spese può arrivare fino a 400 euro. “Si fomenta lo sdegno verso i nostri canili, avallando continui trasferimenti di animali. C’è chi s’impegna in demonizzazioni che vanno ben oltre l’effettiva criticità di certe situazioni”, dice Maria Teresa Corsi, presidente della Lega nazionale per la difesa del cane di Galatone, in provincia di Lecce. “I luogotenenti dei trafficanti arruolano ragazzi giovani, che desiderano un futuro migliore per gli animali. I volontari offrono accoglienza provvisoria, ripuliscono i cani dalle zecche, ma non appena vogliono sapere con maggior precisione dove sia finito l’esemplare che hanno accudito subentra  ‘la privacy dell’adottante’. Se insistono sono fuori”. “Come prova mandano solo foto, fatte in serie. Sul cuscino, nell’erba, mai la faccia della persona che ha adottato”, aggiunge Maria Teresa. “Oppure qualcuno se li intesta in Italia per prenderli dal canile e subito dopo li cede. A Lecce c’è chi oggi avrebbe decine di cani, si va  avanti per deleghe: è illegale. Dal 2003, con l’ausilio delle forze dell’ordine, siamo riusciti a bloccare quattro grandi trasferimenti”.

La scoperta. Giuseppe Moscatelli, guardia zoofila Enpa a Terni, da anni si scontra con il fenomeno delle adozioni internazionali. “Ho iniziato con il canile Colle Arpea a Rieti. Lì 282 cani ridotti come larve facevano da copertura al movimento dei randagi, catturati e trasferiti in Germania ogni settimana. La struttura aveva convenzioni con almeno 80 Comuni laziali, ai cani neppure si controllavano i microchip per appurare che non fossero smarriti tanto da far sospettare furti su commissione. In seguito Colle Arpea fu chiuso, gli ospiti residui trasferiti a Nord. Quindi la partita si è spostata in Umbria, al rifugio privato di Stroncone”, continua Moscatelli, “nel marzo 2012 la struttura finì sotto sequestro amministrativo e fui nominato custode aggiunto. Mi adoprai per arginare la fuoriuscita di animali pretendendo documentazione rigorosa. Per questo ho subito intimidazioni, pedinamenti, assurdi esposti”. Anche i coniugi Viotti, titolari un rifugio in convenzione vicino Tivoli, raccontano quel che assomiglia a un assedio intanto che alcuni comuni da quasi un anno hanno smesso di pagare: “Si verifica quanto minacciato da chi insiste per mandare all’estero i nostri cani: ‘Vi faremo chiudere’. Da principio ci fidavamo di queste persone, provenienti da diversi gruppi. Si presentavano col placet delle autorità. Poi qualcosa non quadrava. Hanno iniziato portandoci via una ventina di cani, quindi hanno seguito altrettanti gatti, consegnati a una signora di Terracina. Quando l’abbiamo richiamata ha detto che erano già andati a riprenderseli: ‘Non mettetemi in mezzo, ho dovuto farlo’. Ci hanno diffamati facendo circolare su internet che teniamo male gli animali: niente di più falso e riteniamo che le successive ispezioni sanitarie l’abbiano dimostrato”.

L’inchiesta. Nel 2006, grazie alle denunce animaliste e alla determinazione della pm Maria Cristina Gargiulo, si apre un’inchiesta sfociata nell’unico procedimento giudiziario mai istruito su un caso del genere. Un processo che procede vergognosamente a rilento – si avvicinano i tempi di prescrizione – presso il Tribunale di Napoli. Nella fase delle indagini si appurò che i presunti adottanti dei randagi che partivano dal canile di Panza, a Forio d’Ischia, non esistevano. I tanti animali partiti per la Germania erano spariti sullo sfondo di loschi movimenti di denaro. I cinque responsabili della struttura furono rinviati a giudizio con gravi capi d’accusa, mentre ai rappresentanti delle Asl fu imputato il semplice falso ideologico.  A dispetto dello scandalo, nel 2007 il rifugio passò a una nuova associazione tedesca che vanta decine di punti di raccolta e smistamento cani e gatti in Europa. “La fresca gestione rinunciò a un credito di 62.500 euro in cambio di 51 cani, per riprendere indisturbata l’invio di animali all’estero”, racconta Maria Pagano, attivista di Una – Uomo natura animali – di Ischia, che  assieme a Pass Pro Natura ha condotto la lunga battaglia contro le tratte del canile ischitano.

Chi dovrebbe controllare. “Spetterebbe all’Unione europea stabilire regole secondo cui gli animali non siano considerati merce”, dichiara Paola Tintori, presidente dell’Enpa di Perugia e docente di Matematica Finanziaria presso l’ateneo dell’università umbra. “L’Enpa dice un no netto ai trasferimenti da canile a canile. Ma non possiamo opporci, come cittadini comunitari, alle adozioni individuali. Con la delega dei Comuni, in base all’art 998 UE, si possono portare via fino a cinque cani a testa, anche in auto”. Oltre però le regole Traces (Trade Control and Export System, piattaforma informatica veterinaria comunitaria che dovrebbe segnalare, certificare e verificare esportazioni, importazioni e scambi di animali e prodotti di origine animale) prevedono che al momento del rilascio della documentazione necessaria al viaggio per un numero di cani superiore a cinque l’autorità sanitaria di un paese mandi comunicazione per via informatica all’autorità omologa del paese di destinazione. “Poiché in ambito europeo le norme su animali d’affezione e randagismo sono diverse, è la stessa UE che dovrebbe lavorare a un’omologazione normativa e farla poi rispettare”.

“Non c’è da meravigliarsi se in Germania i canili non sono mai affollati, dato che l’eutanasia per i randagi è applicata in modo ben meno restrittivo che in Italia” commenta Maria Pagano. “La  Tierschutzgesetz, legge tedesca per la protezione degli animali, ne permette la destinazione alla sperimentazione a dispetto dei riconosciuti protocolli che circoscrivono genere e provenienza dei soggetti da impiegare. Si deroga nel caso di indisponibilità delle specie richieste, ripiegando su  cani e gatti importati dall’estero. Norme applicative permettono inoltre ai privati la cessione di animali malati ai test di laboratorio”.
Non vige, in ogni caso, condizione di reciprocità giuridica fra le regole di gran parte degli altri paesi occidentali e la nostra 281/91, che vieta di uccidere i randagi e di cederli alla vivisezione. “Abbiamo preparato una proposta di legge che proibisca le adozioni all’estero, puntando proprio sull’illegittimità di mandare i nostri animali in paesi dove rischiano soppressione e torture” dice Walter Caporale, presidente degli Animalisti Italiani, mentre Susanna Chiesa, presidente di Freccia45, aggiunge: “Siamo in disaccordo con chi trasferisce cani dall’Italia verso stati stranieri, non ve n’è alcun bisogno. Varie volte abbiamo appreso che l’invio di cani in Svizzera si era concluso con la loro soppressione. Senza tener conto dell’incubo vivisezione, attuale e da tenere sempre presente. A maggior ragione dal 2010, quando in Europa è stata ratificata la sperimentazione sui randagi, da noi proibita”.

Serve una legge. “Per opporci ai trasferimenti all’estero non abbiamo lo strumento giuridico” dice Rosalba Matassa coordinatrice dell’Unità operativa per la tutela degli animali, lotta a randagismo e maltrattamenti del Ministero della Salute. “Sulla scia delle nostre proteste la Svizzera si è attivata per prevedere, come noi, l’obbligatorietà di iscrizione dei cani all’anagrafe. Abbiamo quindi fatto richiesta di istituire un tavolo di lavoro con i ministeri degli Esteri e degli Interni, che serva a regolamentare questa circolazione problematica, a garantirne le procedure”.

Dal profondo Sud alle Marche, non c’è regione che non veda partire flussi massicci di animali. Quotidianamente i randagi oltrepassano le frontiere senza incontrare fermi o controlli. Benché così progredita e garantista, la nostra 281/91 non impone in modo abbastanza perentorio le sterilizzazioni. “E’ un disperante circolo vizioso. II canili si riempiono a spese della collettività.  Si arricchiscono i gestori delle strutture e insieme prosperano i trafficanti, che le svuotano permettendo al sistema di perpetuarsi” sottolinea Maria Pagano. “Un perfezionamento normativo dovrebbe punire in modo severissimo chi fa business con gli animali oltre Comuni e Asl inadempienti. Suonerà impopolare, ma andrebbe pure ridimensionato lo strapotere concesso alle associazioni. Buone o cattive, dovrebbero  fornire la loro collaborazione senza gestire il problema randagismo in sostituzione delle istituzioni assenti”.
Di fatto, solo chi ha conosciuto da vicino gli animali è in grado di riconoscerli in un momento successivo, così i volontari meno ingenui vengono estromessi dalle strutture, espugnate in tutta Italia da chi organizza gli esodi. Sono terreno fertile strutture malviste, in odore di sequestro, e in generale i rifugi in convenzione: si propongono ai Comuni liberatorie scorciatoie con la possibilità di alleggerire la spesa per i randagi, anche a costo di non saperne più niente.

02 luglio 2013

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