Famiglia,genitori,figli, test e riflessioni lucidamente distaccate, forse sentimentalmente ciniche, ma sicuramente utili


Girovagando su internet sono approdata sul sito di un certo “Albanesi”, che offre spunti di varia natura per la riflessione…

Me lo sono guardato un po’ tutto e ci sono ancora un sacco di cose che voglio leggere, la sua visione della vita “moderna”, come dice lui nel titolo del sito, è sicuramente quella di un uomo freddo e distaccato che guarda le cose dal di fuori con una certa esperienza sicuramente in materia, e quindi è sicuramente uno spunto per capire alcune dinamiche difficili da gestire soprattutto per chi come me fa del sentimento una componente fondamentale della vita.

Di certo non è un simpaticone, e di certo non condivido le sue idee politiche (anche perchè io non ho idee politiche, se per politica intendiamo questa merda in cui dovremmo poter scegliere qualcuno in cui identificarci…), non è la mia anima gemella insomma, ma mi ha aperto la mente a nuove considerazioni.

Non è un segreto che io non abbia avuto e non abbia anche adesso una vita perfetta, e la vita familiare sicuramente è quella che incide maggiormente poi su quello che siamo, quello che vogliamo essere e quello che poi saremo in futuro.

Certo ognuno di noi ha il libero arbitrio, e c’è anche un interessante articolo sui condizionamenti, ma procediamo per ordine.

Faccio copia/incolla di alcuni articoli in materia “famiglia, figli, genitori, condizionamenti”, mettendo in risalto quello che più mi ha colpito, fermo restando che una visione così fredda è soltanto per qualcuno che è “esterno”, e si sa, dall’esterno tutti i problemi altrui vengono valutati e “risolti” in maniera diversa, ma le linee da seguire per la serenità in realtà poi penso siano le stesse un po’ per tutti, con le dovute differenze a seconda delle situazioni e delle personalità.

La sezione “Famiglia” dopo i primi articoli riguardanti:

ha alcuni articoli interessanti che vi copio per intero o comunque nelle parti salienti…

L’educazione dei figli

L’educazione e il rapporto con i figli sono fattori non trascurabili per chi è genitore e vuole migliorare la propria vita e quella dei suoi familiari.
Per il Well-being l’educazione dei figli non può prescindere da alcune regole fondamentali che per comodità riassumo nelle prossime righe.

  • Se fai un figlio, fallo solo per amore
  • Un genitore non possiede la vita dei figli
  • Un genitore violento è un genitore fallito
  • Lo scopo dell’educazione è insegnare a vivere.

Nel paragrafo Figli: perché no (vedasi articolo I figli) vengono analizzati tutti i motivi sbagliati che portano le persone ad avere un figlio. Quindi diamo per scontato che il figlio sia stato concepito con grande amore. Nonostante l’amore del genitore, molti rapporti genitori-figli falliscono. Le cause più frequenti sono sostanzialmente quattro:

  1. amore, ma non solo
  2. vecchiaia psicologica
  3. mancanza di tempo
  4. mancanza del distacco

L’amore spesso c’è, ma non è la principale motivazione, perché prioritariamente si parte da una delle motivazioni “sbagliate” riportate nel paragrafo Figli: perché no. Così si fa un figlio per amore, ma si spera che ci aiuti nella vecchiaia; si fa un figlio per amore, ma si spera che diventi un grande medico, carriera che a noi è mancata ecc. Queste speranze diventano macigni quando non si avverano e incrinano irrimediabilmente il rapporto con i figli. Per cui i motivi citati non sono sbagliati solo se sono la causa principale della decisione di avere un figlio, ma sono sbagliati sempre!
Per esempio la donna che coltiva l’idea di avere un figlio, ma che lo concepisce anche perché così forse salva l’unione con il suo uomo, non è comprensibile, è solo un’irresponsabile.
La vecchiaia psicologica è sicuramente una delle cause di fallimento meno conosciute. Riflettiamo un attimo: molti pensano che non ha senso che una persona abbia un figlio a 60 e passa anni; di solito si adducono cause di salute (ma esistono degli ottantenni che stanno benissimo e la vita media si allunga) o cause economiche (ma in genere un anziano può essersi sistemato molto bene economicamente). In realtà l’unico motivo valido all’avversione al “genitore anziano” è che esiste una sostanziale differenza di vedute fra genitore e figlio e il genitore rischia di diventare il nonno o la nonna anziché il padre o la madre del piccolo. Il Well-being insegna che per molti soggetti la vecchiaia inizia già al termine dell’adolescenza e quindi non c’è da stupirsi se persone di 40 anni sono dei falliti come genitori: come si può dialogare con un figlio se non si conoscono e si apprezzano i suoi gusti? Vedremo che tali gusti possono essere vissuti insieme, ma se non si conoscono nemmeno le canzoni che il proprio figlio ama ascoltare, incominciate a preoccuparvi.
La mancanza di tempo dovrebbe essere abbastanza inconciliabile con l’avere figli, ma molte coppie mentono a sé stesse e, pur avendo una vita superimpegnata, ritengono che i loro figli li abbiano fatti per amore. Ormai sempre più coppie pianificano l’arrivo di un figlio, sapendo di poterlo poi parcheggiare all’asilo nido durante il giorno e alla sera presso i genitori. Altri sanno che il lavoro li occupa a tal punto da condurli distrutti a casa ogni sera; alcuni di loro arrivano a chiedere al medico di prescrivere dei tranquillanti per il figlio che alla sera non vuole saperne di addormentarsi. Il figlio diventa un pacco postale da spostare qua e là, tutt’al più una piacevole sorpresa durante i week-end. Chi crede nella famiglia condanna questi atteggiamenti, invitando i neogenitori a sacrificare un po’ della propria esistenza in nome dei figli. Io non credo che mentire a sé stessi e ai figli (perché tale è compiere un sacrificio di malavoglia) sia la soluzione migliore: i figli hanno una sensibilità particolare per capire quando non sono amati. La soluzione più semplice per questi genitori “superimpegnati” è solo una: non fare figli.
Sull’importanza del distacco rimando all’articolo corrispondente, limitandomi a fare una considerazione diretta: se pensate di avere dei diritti perenni sulla vita di vostro figlio, non lo avete concepito solo per amore.

Ci sono anche una seconda e terza parte che potete leggere da voi, e proseguiamo il cammino.

Il distacco

Per il Well-being il concetto di distacco è fondamentale e non deve essere visto come qualcosa che semplicemente accade “per natura”.
Alcuni visitatori mi hanno inviato alcune e-mail di apprezzamento per la sezione Psicologia, ma anche di critica per la sezione sulla famiglia. In realtà, leggendo attentamente le e-mail, si comprende come la critica non nasce da un fondamento razionale, ma dal tentativo di accordare delle soluzioni familiari senza in realtà cambiare nulla. Tutti i problemi fra genitori e figli nascono dal fatto che per l’educazione ricevuta o per egoismo nessuno accetta il proprio ruolo e pretende ciò che in realtà non gli è dovuto, si mischiano cioè diritti e doveri senza avere la chiave per capirli e separarli secondo giustizia. Questa chiave è il concetto di distacco che sarà fondamentale nel terzo millennio: una coppia ha un figlio, lo educa, il figlio accetta la coppia come genitori, poi, a una certa età, incomincia a fare la propria vita, finché si distacca da loro. Detto così sembra che non ci sia nulla di nuovo. Il problema è che le famiglie (genitori e figli) non riescono a comprendere che tutti i loro rapporti, i loro conflitti e anche il loro amore sono in funzione del distacco. Nel secondo millennio il concetto di distacco era assente o era addirittura negato: si pensi a quanti genitori hanno preteso che i figli vivessero con loro anche dopo che si erano sposati. Il risultato erano incomprensioni a non finire.
Il distacco è il momento in cui un figlio decide di fare la propria vita, di camminare con le proprie gambe, senza l’aiuto dei genitori.È un momento netto, proprio come per il bimbo che impara a camminare: finché si va ancora a carponi non c’è distacco.
Grazie al concetto di distacco i rapporti fra genitori e figli diventano chiari: esistono due fasi, prima e dopo il distacco.
Prima del distacco i genitori decidono della vita dei figli – Se un figlio maggiorenne vuole continuare a studiare servendosi dell’appoggio dei genitori non può nemmeno pretendere di vivere la sua vita. Questa pretesa non è che una forma dello sfruttamento dell’amore dei genitori (pensiamo al figlio ultratrentenne che studia ancora!). Se un ragazzo vuol fare la propria vita si cerchi un lavoro e si distacchi dai genitori; fra le altre cose imparerà sicuramente a crescere e a conoscere la vita, cosa che non potrà certo fare se l’unica preoccupazione della sua giornata è chiedere i soldi per acquistare la macchina, per andare in vacanza o per uscire il sabato sera con gli amici. Un figlio che non ha il coraggio di distaccarsi non può pretendere di insegnare ai genitori come educarlo. Se i genitori sbagliano se ne vada, se non sbagliano accetti la loro educazione, anche se non collima con i suoi desideri.
Dopo il distacco i genitori non hanno più voce in capitolo sulla vita dei loro figli È chiaro che l’amore resta immutato, ma deve trasformarsi ed elargire utili consigli, non più ordini. Il caso più classico è quello dei genitori (spesso la madre) che continuano a interferire nella vita dei figli dopo che questi hanno deciso di staccarsi, spesso con la motivazione: “Lo faccio per il tuo bene”. Dopo il distacco il genitore deve capire che il figlio ha ottenuto la sua piena libertà (è quindi anche libero di suicidarsi!), non è più un essere che deve essere guidato fra i meandri della vita. Se sbaglia è una sua libera scelta, comunque derivata dall’educazione ricevuta. Anziché continuare a ordinare, il genitore dovrebbe chiedersi dove ha sbagliato nell’educazione. Praticamente questa intrusione la si trova ogniqualvolta i genitori interferiscono nella formazione della nuova famiglia dei loro figli. Il caso della suocera è classico. Nel terzo millennio non ha più senso che la nuova coppia viva con i genitori di lui o di lei: la pratica dimostra che ci sono sempre problemi. Chi accetta l’interferenza dei genitori suoi o del compagno/a ha già messo la prima pietra della propria infelicità. La cosa più comune è che si cerca di risolvere il problema con continui compromessi, quando la soluzione è banale: ognuno per conto suo!
Il falso distacco

Sono sicuro che molti lettori approveranno le righe soprastanti, ma una buona percentuale non ha capito! Perché? Perché ha trascurato la parte finale della definizione, quel “senza l’aiuto” che è fondamentale.
Si dirà “che male c’è se i genitori ci danno un aiutino per farci vivere meglio? Se ci tengono i figli perché noi siamo troppo occupati? Se ci pagano una parte del mutuo della casa? Se ci regalano l’auto nuova?”
Nessuno, ma non si sta camminando con le proprie gambe (quindi si è, esistenzialmente, handicappati), si è ancora bambini incapaci di spiccare realmente il volo. Il risultato è un legame ancora troppo forte che di fatto si tradurrà in un’incapacità di essere veramente adulti, veramente sé stessi.
Provate il test Genitori e figli per sapere se avete una visione moderna della famiglia o se vivete ancora nel medioevo.


I COMMENTI

Mamma son tanto felice perché ritorno da te. La mia canzone ti dice ch’è il più bel sogno per me… è questo l’inizio di una canzone degli anni ’40 interpretata dal mitico Beniamino Gigli (1890-1957, nella foto). Se leggete il testo della canzone e vi ci ritrovate un po’, beh, questa mail è un test di modernità.
Giampiero mi ha scritto una chilometrica mail sulla sua situazione familiare chiedendomi un consiglio. Non riporto la novella Guerra e pace perché il mio server non è abbastanza grande per contenerla (la battuta è il solito invito alla concisione), ma solo le impressioni dopo la lettura.
Abbiamo una persona con problemi di convivenza familiare con la moglie che non va d’accordo con la suocera. Si esaminano per pagine tutte soluzioni che a me francamente appaiono utopistiche, per cui il consiglio che posso dare a Giampiero è di fare tabula rasa di tutto e farsi una domanda: chi è più importante, il genitore o il coniuge?
Di solito si danno tre risposte.
1) Il genitore ovvero la mamma è la mamma. In questo caso non c’è stato alcun distacco dai genitori e non si capisce perché Giampiero si sia sposato e abbia cercato una famiglia tutta sua. L’amore si dimostra con le azioni e se le azioni sono dirottate principalmente verso il genitore cosa resta per la propria famiglia?
2) Entrambi sono importanti*. Questa è forse la risposta più frequente e chi la dà pensa di aver dato una bella risposta. In realtà si mette la propria vita in balia del caso. Se c’è accordo fra genitore e coniuge il tutto può reggere, ma se non c’è? Ecco che allora iniziano i problemi. Non si può pretendere di forzare l’accordo, anche se spesso per motivi economici (i genitori passano i soldi per l’acquisto della casa, per l’avviamento di un’attività, tengono i bambini ecc.) il compromesso è l’unica soluzione, vivendo in un equilibrio altamente instabile. In realtà anche in questo caso non c’è stato nessun distacco dai genitori  e il proprio amore viene diviso fra le tante persone della famiglia allargata. Una situazione antica, da famiglia in cui l’unico risultato è che i problemi di uno sono i problemi di tutti. Morale: più problemi.
3) Il coniuge perché è la mia nuova famiglia. Questa è la risposta più moderna, che stabilisce una priorità che consente di andare avanti senza sentire il debito verso chi ci ha donato la vita (se è un dono che senso ha pretendere qualcosa in cambio?) ed essendo pronti a donarla ad altri, amandoli con tutte le nostre forze. Non significa non amare più i propri genitori, quanto amarli “dopo” la propria nuova famiglia. È questo che Giampiero non ha ancora capito.

* Si noti che il soggetto dovrebbe rispondere “entrambi sono egualmente importanti”, ma pochissimi a cui è posta la domanda rispondono così perché “sentono” che la risposta è discutibile. Il soggetto cerca di svicolare alla precisa domanda (si chiede chi è più importante) e la aggira lasciando nel vago (come tale, la seconda risposta è sempre sbagliata!). Di fatto non ha il coraggio di prendere atto che una persona equilibrata stabilisce una priorità.

(…)

Se io ho voluto un figlio solo per “fare la madre” e cambiargli i pannolini, quando se ne andrà probabilmente proverò un senso di vuoto tremendo; se invece lo avrò fatto per l’amore di contribuire alla costruzione di una nuova vita, sarà come vedere salpare una bellissima nave che sentiamo aver costruito pezzo per pezzo. Ci sarà qualche rimpianto, ma anche la consapevolezza di aver fatto qualcosa di unico, di aver vissuto bene la propria vita.
E vado avanti con un altro articolo:

Genitori da dimenticare

Può un genitore diventare il peggior incubo dei figli? Se ci si rifà alle notizie di cronaca sicuramente sì, ma ciò sarebbe statisticamente poco significativo. Infatti, anche se non si sono mai verificate situazioni drammatiche, molti ragazzi pensano di avere avuto genitori difficili che li hanno penalizzati; la famiglia è stata cioè una condizione penalizzante verso la felicità.
Quali sono le colpe che i figli più spesso attribuiscono ai genitori?

  • Violenze fisiche – Per il Well-being un genitore che ricorre alla violenza fisica è un genitore fallito e non è il caso di spendere molte altre parole sul concetto.
  • Assenza – Per il Well-being l’amore si dimostra con le azioni e l’assenza non è mai giustificabile: chi pensa di non aver abbastanza tempo da dedicare ai figli non li deve avere per il semplice fatto che non saprebbe amarli.
  • Difetti della personalità – Paradossalmente, quando il figlio si accorge di evidenti difetti dei genitori, ne esce rafforzato perché da grande sicuramente li eviterà. Dovrà solo fare attenzione a non  servirsene continuamente come alibi per le “sue” colpe (“eh, con i genitori che ho avuto”), situazione purtroppo comune (alibi familiare). Ovvio che, se vedrà i difetti dei genitori come pregi, non potrà distaccarsi e anzi rischierà di diventare peggiore di chi lo ha educato.
  • Violenza psicologica – Si tratta della colpa più subdola, oggetto di questo articolo.

La violenza psicologica si attua quando i genitori sono così forti da ingenerare una gerarchia non discutibile all’interno della famiglia, anche quando il bambino si sta trasformando in adolescente. Poggiando sulla gerarchia familiare e spesso su condizionamenti economici, il figlio è soggiogato nel tentativo di plasmarlo secondo un copione predefinito; il figlio è una “proprietà” che deve rendere: dalla soddisfazione a scuola, alla prosecuzione dell’attività di famiglia, al formarsi una famiglia di gradimento dei genitori (partner scelto dai genitori, maternità per soddisfare il desiderio dei futuri nonni ecc.) fino al classico bastone della loro vecchiaia.
A ogni tentativo di ribellione, frasi come “ma io sono tuo padre!”, “con tutto quello che ho fatto per te“, “sei un ingrato!” e sciocchezze simili riescono a ristabilire l’ordine e la supremazia. Visto che un figlio si dovrebbe fare per amore, nulla si può chiedere in cambio perché ogni richiesta è puro interesse. Troppi sono i genitori completamente assenti che si buttano nel lavoro e accumulano ricchezze su ricchezze con la falsa giustificazione che “lo fanno per i figli”, quando in realtà lo fanno soprattutto per sé stessi per il semplice fatto che i figli, prima dei soldi, vorrebbero amore.
Sicuramente condizionamenti religiosi (onora il padre e la madre) e sociali (la società si basa sulla famiglia) non hanno mai dato ai figli una grande possibilità di sfuggire alla pressione di genitori-padroni, di quelli che tolgono la libertà per “il tuo bene”. Non esiste
onora i tuoi figli

e finché non esisterà vivremo nel medioevo.
Se una certa dialettica familiare è nella logica delle cose e il figlio insofferente non deve vedere ogni azione dei genitori come negativa se in qualche modo limita la sua libertà d’azione, si può dire che scatta la violenza psicologica quando il figlio subisce e non sa replicare. Ci vuole una grande capacità genitoriale per evitare che ciò non accada mai, ma è sicuramente una colpa quando ciò accade spesso, fino a forgiare negativamente la personalità del figlio.
La sindrome di Stoccolma

Purtroppo, quando scatta il plagio, diventa impossibile anche il distacco e il figlio resta segnato a vita, schiavo di quella famiglia che negli anni ha allentato la catena, ma non l’ha mai spezzata. Si crea una specie di sindrome di Stoccolma*, dove il figlio cerca comunque di recuperare il rapporto, cerca di compiacere i genitori, di essere capito, di essere amato (non riesce cioè a staccarsi dalla necessità di sentirsi amato da loro). Più è maltrattato e più cerca amore, più è denigrato e più cerca considerazione.
I figli che nell’adolescenza si sono staccati e hanno evitato questa schiavitù nascosta si comportano in modo completamente differente e quasi sempre sono persone forti e volitive; la loro strategia non è perdonare i genitori, non è odiarli, ma è dimenticarli; li considerano stelle che si spengono lontane mentre altre più luminose brillano nel presente.
Le due differenti strategie sono dimostrate nel caso estremo di chi è stato abbandonato in tenera età dai genitori: c’è chi riconosce totalmente i genitori adottivi come i veri genitori (se qualcuno mi ama più di mio fratello è il mio nuovo fratello) e chi invece va (o vorrebbe andare) alla ricerca dei vecchi.
Dimenticare significa ricondurli al ruolo di persone normali, che hanno un ruolo ormai marginale nella propria vita. Non è infatti raro un pentimento del genitore che in tarda età, con il figlio ormai grande, decide di recuperare il rapporto. La comprensione dei propri errori e/o la vecchiaia che si avvicina lo portano a posizioni più morbide. Rischia di far male per la seconda volta (anche il troppo amore impedisce alle persone di volare libere). Dovrebbe capire che, con valori diversi, non potrà mai allinearsi a suo figlio. Anche se il pentimento è sincero, potrà esserci amore, ma sempre in secondo piano. Del resto, se per il figlio l’amore per i suoi genitori resta fondamentale, non potrà mai amare nessuno in modo equilibrato, vedasi il test.
Test: sei libero?

Attore: adolescente, quasi autosufficiente, prossimo al diploma o alla laurea. Il test è al maschile, ma evidentemente vale anche al femminile.

Mamma, papà devo darvi una bella notizia. Ho deciso di lasciare gli studi. Sì, lo so che mi manca poco, ma ho trovato la mia vera strada. Ho lasciato X perché non mi ha capito. Ho conosciuto una ragazza, Y, con la quale aprirò un agriturismo dalle sue parti (citare località ad almeno 200 km dalla residenza dei genitori). Una vita vera, semplice. Volevo dirvelo perché parto la settimana prossima.

Il grado di violenza con cui i genitori replicheranno al test dà la loro propensione a essere padroni.
Il grado di calma con cui lo si espone dà la misura della propria libertà.
Se chi espone sarà rimasto calmissimo e i genitori avranno cercato una dialogo pacato, consigliando, ma non ordinando (“ti mancano quattro esami, perché non prendi comunque la laurea? Buttar via una parte della propria vita non è mai positivo. Per quanto ci sia da lavorare, avrai tempo di dare quatto esami, no?”), beh, vorrà dire che è una bella famiglia.

* La sindrome di Stoccolma identifica una condizione psicologica nella quale un soggetto sequestrato prova sentimenti di tipo positivo verso il suo o i suoi sequestratori. La terminologia che identifica questa condizione risale a un episodio avvenuto nel 1973, a Stoccolma. Due rapinatori tennero in ostaggio quattro dipendenti della Kreditbank per alcuni giorni; i sequestrati, nonostante il notevole rischio corso, si attaccarono emotivamente ai sequestratori al punto che, una volta che furono liberati, ne presero le difese e chiesero clemenza per loro presso le autorità. Talvolta la terminologia viene usata in situazioni diverse dal sequestro di persona, ma dai risvolti simili.

E dopo un altro paio di articoli c’è questo:

Suoceri e genitori

Due delle regole del buon matrimonio citano:

  • Non sposarti se i tuoi suoceri influenzano ancora la vita del futuro coniuge.
  • Non andare a vivere con i tuoi genitori né con i tuoi suoceri.

Sono regole che nascono dall’esperienza, dalla constatazione che molti rapporti sono rovinati dai rapporti fra i componenti la coppia e i genitori. È il caso di tornare sull’argomento perché troppi pensano di avere una visione moderna dei rapporti genitori-coppia, di saperli gestire bene, salvo poi scoprire che la loro vita è pesantemente condizionata.
Nell’articolo su genitori e figli abbiamo già parlato del distacco. Dovrebbe essere tutto chiaro, eppure dalle e-mail che ci arrivano scopriamo che gran parte dei figli non è riuscita a staccarsi dai genitori, pur ritenendo di esserci riusciti alla perfezione. Per esempio un figlio, ormai quasi quarantenne e con famiglia propria, soffre ancora il ricatto della madre che “si sente male” ogni volta che la famiglia del figlio deve partire per le vacanze. “Che devo fare?” chiede il figlio, come se non ci fosse via d’uscita. Semplice. Il giorno prima della prossima partenza farà sapere alla madre che non cederà più al ricatto rinunciando alle ferie e che, se lei si sentirà male, partirà comunque. Funziona.
L’inizio dell’unione – La mancanza di distacco esplode quando si trova un partner serio (relazione importante, convivenza, matrimonio ecc.). Un primo sintomo grave di assenza dal distacco è quando il soggetto tenta di conciliare la vecchia famiglia con il partner, di tenere il piede in due scarpe. È il caso del figlio mammone o della figlia che non sa rinunciare al ruolo della madre nella sua vita. Basta una semplice regola per capire si è di fronte a un caso critico.
Regola della precedenza – Chi si è staccato dai genitori deve stabilire un ordine di precedenza: prima il partner e poi la vecchia famiglia. Se sono inconciliabili, si sceglie il partner. Se non si ha questo coraggio, si giustificano le posizioni di tutte quelle mamme che per il bene dei loro figli vogliono “scegliere” il partner. Per amore non si toglie mai la libertà, il figlio deve poter essere libero di sbagliare, fino anche a rovinarsi la vita.
In base alla regola sopraenunciata chi vuole il gradimento della propria famiglia per il partner (se c’è, tanto meglio, ma non deve essere necessario!) vive ancora nel medioevo perché di fatto il partner continua a sceglierlo la famiglia.
L’unione continua… – Superato lo scoglio dell’unione, resta comunque il problema di gestire i rapporti con i genitori. Una tendenza preistorica vorrebbe che il partner debba cercare di farsi ben volere dai suoceri: assurdo. I rapporti fra le persone devono essere spontanei e liberi, ognuno deve essere come si sente, se poi c’è approvazione bene, altrimenti pazienza.
Si arriva quindi al caso più comune dove i rapporti sono buoni o per lo meno decenti: occorre gestirli al meglio. Di solito è qui che casca l’asino, in quanto la presenza dei genitori appesantisce la vita della coppia come un macigno. Vediamo i tre casi più comuni.
Genitori autosufficienti – Il buon senso vorrebbe che ognuno facesse la propria vita con interazioni magari frequenti, ma non obbligate o stabilite (il classico pranzo domenicale obbligatorio!). Se si ha bisogno di stare vicino quotidianamente ai propri genitori non c’è certo stato distacco. In questo caso esistono situazioni dove vengono meno le regole per il matrimonio felice: la coppia vive insieme o accanto ai genitori di un componente. In genere le cause possono essere:
a) assenza del distacco (per esempio la comodità di essere vicini per visitare quotidianamente i genitori)
b) motivazioni economiche (per esempio la possibilità di avere una casa più grande e maggiori comfort)
c) motivazioni pratiche (per esempio la possibilità che i nonni curino i propri figli mentre si è al lavoro).
Negli ultimi due punti si baratta una parte della propria libertà  e c’è chi si abitua come il cane alla catena; anche nel caso comune dei nonni che curano i figli si vengono a creare situazioni di compromesso che alla lunga sono deleterie: “ti curo i figli, li educo come voglio io” (peccato che i nonni li educhino con la mentalità di 50 anni fa), “vi abbiamo ospitato per anni nella nostra casa e ora che siamo vecchi DOVETE curarci” ecc. Alcuni consigli:
a) accontentatevi di una casa più piccola, ma siate indipendenti
b) usate una baby-sitter o accudite voi stessi i vostri bambini (magari con un tenore di vita più modesto)
c) non fate figli, se non potete dedicare loro il tempo necessario.
Genitori semisufficienti – I genitori potrebbero essere autosufficienti, ma per condizione mentale (si ritengono vecchi o malati più del dovuto) pensano che i figli debbano aiutarli. I figli devono far capire loro che non c’è differenza fra una persona di 30 anni e una di 60 o passa: ognuno deve essere autosufficiente e comportarsi come quando era giovane. La vecchiaia è una colpa se uno vuole invecchiare e farsi prendere in carico dagli altri e dalla società. Inoltre chi s’incammina per questa strada ha già firmato la sua fine e l’accelerazione verso uno stato di totale dipendenza è spesso esponenziale. Aiutare i genitori come se fossero vecchi non fa altro che farli invecchiare prima.
Genitori non sufficienti – È il caso più penoso, evoluzione del precedente o anche improvviso. Molti giovani sprecano anni della loro vita nell’accudire i genitori, ricambiando le attenzioni ricevuti da piccoli. Con una differenza fondamentale: nell’accudire un bimbo c’è gioia, nell’accudire un vecchio malato c’è solo dolore. A prescindere dall’amore che si prova, spesso i figli sentono la situazione come un peso, anche perché i genitori “vogliono” un’attenzione incompatibile con le esigenze della famiglia dei figli (che hanno la loro vita e i loro problemi). In questo caso un’assistenza esterna non deve essere vista come un segno di disinteresse, ma come l’unica soluzione possibile. Chi la rimanda o non l’accetta del tutto dovrebbe pensare anche al proprio partner e ai propri figli e alle rinunce che devono subire perché lui non ha ancora avuto il coraggio di distaccarsi.
Conclusioni

Se molti che hanno letto l’articolo lo troveranno troppo duro e impietoso, si può solo far notare come spesso il giudizio sia influenzato dalla propria educazione, fermandosi alla quale l’umanità non progredirebbe mai.
Se un genitore ama veramente il figlio deve possedere anche la dignità di invecchiare; i vecchi indiani, quando sentivano che scoccava la loro ora, prendevano una coperta e se ne andavano a morire sulla montagna. Forse erano molto più moderni di tanti genitori che non sanno invecchiare e portano dolore nelle famiglie dei figli…


LA MAIL
Angoscia da suoceri

Ho letto l’articolo suoceri e genitori, l’ho trovato assolutamente coincidente con le mie idee in tutte le sue parti. Vorrei cercare di capire perché quando certe cose le faccio notare al partner, il tutto sfoci in una lite; mi fa notare che io lo voglio cambiare e che pretendo che tutti si comportino come voglio io. Non cambia nulla e io sono angosciata.

Non so se segui la parte psicologica del sito; l’obiettivo è quello di prevenire i problemi, di avere una vita che ne sia priva, non di sopravvivere.
Personalmente credo che:
a) non si debba stare insieme per litigare; il litigio non è “normale” e la panzana che tutti più o meno litigano è solo detta seguendo il criterio di “mal comune mezzo gaudio”.
b) Non si debba cercare di forzare l’altro a cambiare o accettare di farsi cambiare a forza. Quindi, se il tuo partner è lontanissimo dalle tue idee, ti faccio una domanda brutale: se non avete la stessa visione su suoceri e genitori (a prescindere da quale sia quella giusta) che state insieme a fare?*
Anziché essere angosciata io mi cercherei un altro (più moderno).

*Non rispondermi che lo ami perché l’amore, quello vero, deve migliorare la qualità della vita, non peggiorarla!

L’ultimo articolo che volevo segnalarvi in materia è quello che vi dicevo all’inizio, sui condizionamenti, e ci troverete anche un test per scoprire quanto siete condizionati… E io pare sia a mezza via tra l’immunità  e alcuni piccoli condizionamenti interiori… Non sono totalmente immune nemmeno io, ma chi lo è? Ma leggendo possiamo imparare molto, e migliorare, e capirci e capire di più, procediamo:

I condizionamenti

Solo una piccola parte della popolazione sa reagire ai condizionamenti subiti dalla famiglia, dalla scuola, dalla società tanto che alcuni che non riescono a farlo usano il classico errore di generalizzazione che li porta a dire che “tutti, più o meno, siamo condizionati”.
Un esempio di condizionamento da tutti compreso è quello del giudizio pubblico: “e poi cosa dice la gente?“. Le nostre azioni sono modificate per aderire a un cliché che non è detto sentiamo intimamente nostro.
Le sorgenti principali dei condizionamenti sono la famiglia, la scuola, la religione, la società (attraverso i media) e il clan (dove con questo ultimo termine si identifica l’insieme di tutte le persone che sono influenti nella nostra vita, ma non appartengono agli insiemi precedenti).
Famiglia – L’educazione ricevuta e l’esempio dei genitori possono portare il soggetto a un’adesione acritica a modelli di comportamento e a ideologie. Un padre che vuole che il figlio eccella a scuola potrà crescere un figlio contemplativo, per il quale la cultura è tutto; analogamente un padre debole potrà crescere un figlio altrettanto debole e timoroso nei confronti del mondo ecc.
Scuola – Decisamente meno pesante della famiglia, la scuola condiziona quanto più il soggetto è giovane: soprattutto quando la famiglia è assente, una maestra può influenzare un bambino molto più di quanto possa fare una professoressa al liceo. Su questo punto dovrebbero meditare tutti coloro che, per mancanza di tempo, affidano l’educazione dei loro figli ad altri, già in tenerissima età.
Religione – I condizionamenti religiosi sono massimi in Paesi ancora molto arretrati (si pensi all’Italia di 200 anni fa e all’Italia di oggi), ma è indubbio che, se la famiglia spinge verso educatori religiosi, questi possono condizionare moltissimo il soggetto.
Società (media) – Giornali, televisioni, Internet sono così potenti come sorgenti di condizionamenti da essere spesso additati come fonti infallibili (“l’ho letto sul giornale”, “l’ha detto la televisione”, “l’ho trovato in Internet”). Alla base di questo condizionamento il classico errore di scambiare l’autorevolezza con l’affidabilità.
Clan – Parenti, amici, colleghi, vicini di casa ecc.: le persone che troviamo “per strada” durante la nostra esistenza possono diventare fonti di condizionamenti. Si pensi ai genitori che, parlando del figlio, dicono che “è finito su una brutta strada per colpa degli amici”.
A differenza di ciò che pensano quelli che molto superficialmente ritengono che non ci si possa liberare dai condizionamenti, farlo è possibile:
se pensi che nessuno possa essere libero da condizionamenti, sei come un uccello in gabbia che non sa che esistono uccelli che volano liberi nel cielo. Per aprire la gabbia, ci vuole una chiave che si chiama spirito critico.Per capire come lo spirito critico sia importante si pensi ai molti ragazzi che, anziché adottare i precetti della famiglia, vanno in direzione totalmente opposta. Alcuni di essi lo fanno per semplice reazione a una situazione che sentivano “impossibile”, altri lo fanno dopo un’analisi molto critica di ciò che era stato loro insegnato. Questi ultimi sono soggetti che hanno usato il loro spirito critico.Il testQuesto articolo vuole essere un veloce test per verificare alcuni dei più comuni condizionamenti subiti in ambito familiare o sociale (per lareligione si veda la sezione apposita).
Vengono elencate alcune situazioni particolarmente significative con un insieme di risposte plausibili fornitemi da un visitatore del sito; non è detto che le risposte siano esaustive dello scenario. Provate a commentare le risposte fornite e poi confrontate il vostro commento con il commento a fondo pagina.

1) Un caro amico mi invita al suo matrimonio, cosa faccio?
A) Non vado. Ho cose più interessanti da fare. Se è un vero amico capirà.
B) Non vado. Come si possano buttare tanti soldi in una cerimonia? Per me è incomprensibile.
C) Non vado. L’ipocrisia di giurarsi amore eterno è pura follia.
D) Vado. Voglio partecipare alla sua felicità ed esserci in un giorno per lui importante.

2) La mia compagna esprime la volontà di avere un figlio, cosa faccio?
A) Rifiuto. La nostra vita va già bene cosi.
B) Rifiuto. Troppi sacrifici e troppe rinunce.
C) Rifiuto. Nel mondo odierno mettere al mondo un figlio è una “cattiveria”.
D) Accetto. Crescerlo insieme sarà un’avventura meravigliosa.

3) I miei genitori non sono più autosufficienti, cosa faccio?
A) Li incolpo di non aver fatto nulla per contrastare la vecchiaia.
B) Li affido alla residenza per anziani che si possono permettere.
C) Li affido alla residenza per anziani migliore e integro la loro pensione per pagare la retta.
D) Baratto una parte della mia libertà per il loro benessere.

4) Cosa pensi di Madame Curie? (Dedicò la propria vita alla scienza e morì in sofferenza devastata dalle radiazioni a cui si era inconsapevolmente esposta. Non depositò il brevetto internazionale per il processo d’isolamento del radio, preferendo lasciarlo libero affinché la comunità scientifica potesse effettuare ricerche in questo campo senza ostacoli).
A) Ha sprecato la propria vita.
B) Ha fatto male a non brevettare la scoperta.
C) La riconoscenza postuma non fa per me.
D) Ha il mio massimo rispetto.

5) Sto correndo nel bosco e mi imbatto in un ragazzo che si sta impiccando a un albero, cosa faccio?
A) Continuo a correre, l’allenamento è più importante.
B) Continuo a correre, non ho alcun diritto di intervenire.
C) Tento di convincerlo a desistere, ma senza mai calpestare il suo libero arbitrio.
D) Lo blocco con ogni mezzo in mio possesso. Il suicidio non è la corretta soluzione e pentirsi non è più possibile.
Gli effetti dei condizionamenti

Gli effetti dei condizionamenti possono essere devastanti: si pensi, per esempio, ai risultati che può produrre una setta sui propri adepti che accettano qualsiasi ordine senza giudicare.
Il senso comune ritiene che ci sia un’enorme differenza fra una setta e le regole di vita comunemente trasmesse da ambienti istituzionali come famiglia, comunità religiose o società. Ma il buon senso deve dirci che non c’è nessuna differenza se il soggetto non sottopone le regole a critica precisa e costruttiva; in particolare, se non verifica la coerenza di quelle regole con il reale benessere.
Molti ritengono che il Well-being sia una setta per il semplice fatto che esprime regole non sempre allineate con quelle usuali; in realtà non lo è perché pone alla base di queste regole la loro valutazione critica da parte di chi eventualmente vuole sostenerle. Hanno maggiori caratteristiche di setta una religione improbabile, i dogmi di una multinazionale, una famiglia dove non si discutono gli ordini del capofamiglia ecc.
Molti condizionamenti portano poi alla costruzione di idoli che spesso ci fanno sopravvivere, ma non vivere. Gli idoli sono come la catena che il lupo, diventato mansueto cane agli ordini dell’uomo, ha accettato per avere una sicura ciotola di cibo, ovviamente passando il resto dell’esistenza cercando di convincersi che la catena sia l’unica soluzione o che sia molto più nobile stare accanto all’uomo che vagare libero nella foresta in cerca di cibo. Ha barattato la sua libertà e vuole illudersi di essere libero!
Gli idoli

Gli idoli sono concetti a cui affidiamo ciecamente la nostra vita con la speranza che ci ricambino con gioia, serenità, felicità. Di solito derivano dalla nostra educazione (la famiglia, la scuola), comunque dalle nostre esperienze giovanili (l’adesione acritica a determinati gruppi). Infatti, essendo idoli, non vengono mai messi in discussione ed è difficile crearsi idoli da adulti: se si ha spirito critico non si accetta nulla ciecamente e quindi si è immuni da questa situazione, se invece non lo si ha, difficilmente si cambiano gli idoli giovanili per altri dei.
Molti idoli appartengono a quelle che il Well-being chiama condizioni facilitanti: avere un buon matrimonio facilita la vita, idem per una buona posizione economica, per un buon lavoro, per una buona famiglia ecc. La differenza sostanziale è che chi li adora ciecamente dimentica il “buon” che deve esserci, lo dà per scontato.
Poiché gli idoli richiedono un certo impegno per la loro adorazione, sono tipici di quelle personalità dove comunque c’è un grado non minimo di forza, ma non sufficiente ad arrivare a una forma di libertà intellettuale che possa mettere sotto osservazione l’educazione ricevuta, di quelle personalità che non sono dotate di spirito critico e di quelle che tendono a identificarsi con pochi e chiari ideali:irrazionalideboli, inibiti, mistici, romantici, statici, semplicistici, contemplativi.
Come liberarsi dagli idoli – Semplicemente con la verifica molto critica se l’idolo migliori la nostra qualità della vita o meno. Se non lo fa, abbattiamolo!
Il commento alle risposte

1) B e C sono intolleranti perché con il mio comportamento voglio punire un’idea per me sbagliata. Se ritengo il matrimonio un’inutile manifestazione di lusso farò un regalo modesto; in quanto a C è evidente l’errore di generalizzazione: pretendere che ci sia ipocrisia in un gesto che una persona può fare in perfetta buona fede. Per esempio, io non sono cattolico, ma a un funerale di una persona cara entro in chiesa, non mi faccio il segno della croce, ma non vedo il motivo per restare fuori: uno stesso momento può avere significati differenti per persone con idee differenti.
Restano A e D. D è troppo da bravo ragazzo, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri. Se ho veramente qualcosa a cui tengo (importante è un termine non direttamente correlabile con i miei oggetti d’amore) scelgo A, altrimenti D (per esempio se ho un impegno di lavoro, sposto il lavoro!).
Curioso come i condizionamenti fanno sì che è normalmente accettato un “grave problema familiare”, ma non “un irrinunciabile impegno scacchistico” (dove gli scacchi possono essere sostituiti da un hobby qualunque). Morale preistorica: gli hobby sono cose futili e non contano nulla.

2) La risposta A non è high (probabilmente da fobico o da sopravvivente). Un high tende sempre a migliorare quindi poco importa l’equilibrio attuale; si tratta di capire se con un figlio la felicità della coppia aumenterebbe.
La B è una visione piuttosto ristretta del problema “I figli danno la felicità?”, tipica del semplicistico.
La C è sicuramente da fobico o da vecchio. Quello che vale per il figlio vale anche per sé: tanto vale ammazzarsi subito. In realtà è quasi patologica.
La D sarebbe corretta. Il condizionale è d’obbligo perché di fatto rivela comunque un’approssimazione nella propria vita. Decidere di avere o meno figli nella propria vita è un concetto che deve essere discusso non appena due persone iniziano una relazione che pensano seria. Se mi accorgo che io li desidero e la controparte nella relazione no, evidentemente abbiamo visioni differenti della vita che comunque provocheranno problemi. Affrontare l’argomento quando “capita” non è saggio né è maturo non avere una propria opinione (ecco il condizionamento) e accettare quella di altri perché allineata al senso comune.

3) A è inutile, al più ha senso solo se con violenza pretendono un aiuto impossibile.
B è corretto se i genitori sono stati “cattivi genitori,” ma se sono stati “buoni genitori” è egoistico perché comunque i genitori fanno parte del nostro mondo dell’amore, anche se il distacco ne ha ridimensionato il ruolo nella nostra vita.
D è completamente masochistico e toglie ogni dignità ai genitori stessi. Non si tratta di amore quanto di sottomissione e di mancato distacco (personalità inibita); per convincersene basta pensare al fatto che per i genitori si rinuncia a una parte della propria vita (magari penalizzando anche altre persone care): come chiamereste chi rinuncia a farsi una famiglia semplicemente perché i genitori non gradiscono l’aspirante coniuge? Se ama il figlio, e ha dignità, un genitore non gli chiede di sacrificare la sua vita per accudirlo, se ha dignità sceglie spontaneamente la residenza per anziani. Se egoisticamente non lo fa perché dovrei essere altruista? Perché mi ha allevato? Ma lo ha fatto per amore (e quindi disinteressatamente) oppure per avere un bastone per la propria vecchiaia (di nuovo l’egoismo)? So per certo che molte persone questi discorsi non vogliono nemmeno sentirli e li liquidano con un “che c’entra?”. Sono gli inibiti.
C è la risposta corretta nel caso siano stati “buoni genitori”.

4) Il punto è che in genere non si conosce in dettaglio la vita di Marie Curie e quindi non si può giudicare.
La A sarebbe corretta se si sapesse per certo che era consapevole del rischio che correva (come lo si saprebbe oggi; notate l’inconsapevolmente del testo); non è corretta se si basa sul fatto che Marie Curie, invece di condurre una gratificante vita d’insegnante alla Sorbonne preferì spalare tonnellate di pechblenda in una baracca nelle vicinanze delle miniere di Joachimsthal in Cecoslovacchia. Infatti non si può discutere un oggetto d’amore alla luce di ciò che la società ritiene “più gratificante” (ecco il condizionamento).
Anche la B rivela il profondo condizionamento di quella parte della società che spinge verso la ricchezza, che fa della ricchezza un valore assoluto (anziché una semplice condizione facilitante), con tutte le assurdità che seguono.
La C è corretta, ma è una frase generica che non è detto sia relazionata con la vita di Marie Curie: non sappiamo se lo scopo delle sue ricerche fosse la riconoscenza postuma.
La D è la più condizionata, quella dove i condizionamenti pesano come macigni. Senza sapere chi era Marie Curie (magari umanamente parlando era una persona piena di difetti, meschina ecc.) le si porta il massimo rispetto (si noti l’uso del superlativo) solo perché ha scoperto qualcosa di importante per la società (ecco il condizionamento sociale: se fosse morta prima di scoprire qualcosa di significativo sarebbe stata una pezzente? Fra l’altro il condizionamento è anche doppio perché di fatto si subisce anche l’altro condizionamento per cui l’autostima deve basarsi sui risultati che otteniamo nella vita). Si legga l’articolo sul valore della persona.

5) Questo scenario è stato trattato per ultimo perché è irrealistico o decisamente poco probabile. Basta immaginarsi i dettagli in modo appropriato e qualunque risposta è sbagliata. Più pratico sostituire l’esempio del suicida con quello di una persona che è uscita con l’auto e sta gemendo in un fosso, gravemente ferita.
A è il classico caso di risposta dell’egoista totale. Per il Well-being il contatto con il mondo neutro, dell’indifferenza, non può prescindere dalle leggi che hanno lo scopo di comporre gli egoismi individuali (da qui la condanna del furbastro). Per il Well-being la legge è fondamentale per la società perché chi guarda un po’ più in là del proprio naso capisce che è un modo per vivere tutti meglio, tutti e quindi anch’io. Soccorrere una persona in pericolo di vita è un dovere imposto dalla legge. Posso scegliere il modo di farlo senza mettermi in pericolo (un suicida determinato può arrivare a fare del male a chi si oppone al suo suicidio), per esempio con le sole parole, salvo intervenire quando ha attuato il proposito di impiccarsi (ved. C).
B è meno egoistica, ma non tiene conto delle leggi e dei doveri che esse impongono ai cittadini che hanno deciso di far parte della società civile.
C è probabilmente la risposta corretta, salvo intervenire tempestivamente quando, continuando nel suo proposito, il ragazzo ha perso conoscenza.
D è una risposta violenta che si basa sul condizionamento che si può “agire a fin di bene”. Chi ha scelto D probabilmente sarà un genitore “tradizionale”, ma piuttosto dispotico, che non lascerà mai che i figli, una volta educati (sperabilmente bene!), possano sbagliare con la propria testa.

Infine, guarducchiando in giro per il sito, mi sono saltati alla vista un sacco di altri articoli, ma non posso copiarli e incollarli  tutti altrimenti qua non si finisce più 🙂
Ma vi segnalo un altro articolo sulla Religione e la Tolleranza  in generale, che pure è molto interessante, perchè dall’argomento della religione spazia a parlare della tolleranza in generale, ve ne copio soltanto qualche passo:
La tolleranza religiosa è il caso classico che dimostra come il separatismo sia l’unica soluzione possibile, basta richiamarsi alle tantissime guerre di religione. (…) In realtà (…) è una forma di interesse quando si evita lo scontro semplicemente per salvaguardare gli affari con un gruppo o una nazione.
È una forma di paura quando si evita il confronto e si rinuncia ai propri diritti per evitare la “forza” dell’altro.
Ma soprattutto è un’utopia.
Quando qualcuno parla di tolleranza, perché non fa mente locale e analizza il significato reale del termine? Non si tollera un figlio, un coniuge o un amico. Tollerare significa sopportare. Quindi tolleranza vuol dire sopportazione dell’altrui idea religiosa. Ma, se questa ci provoca danno,sopportazione vuol dire sottomissione.
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Ora alla fine di tutti questi articoli,
la cosa più importante è che ho un sacco di punti nuovi su cui riflettere,
e la seconda cosa più importante è che spero che condividendoli in rete possano essere di aiuto e di spunto anche per altre persone…
Ci sono anche un sacco di altre sezioni nel sito, in particolare una chiamata “Strategie Errate” che contiene due capitoli “Adattamento” e “Compromessi”…
Diciamo che per dirla alla francese “Son tutti Finocchi col culo degli altri” 🙂 per cui ovviamente per quanto io sia una persona rigida e completamente cosciente delle linee in cui credo, mi rendo conto che per esempio non avendo enormi possibilità economiche alcuni compromessi o alcuni “aiuti”, se sani, sono benvenuti, ma è anche vero che la soddisfazione di fare tutto da soli è impagabile, e l’ho provata più di una volta, anche perchè un’altra cosa di cui sono convinta è che chi fa da sè fa per trecentotrentatrè. Come sono convinta del fatto che adagiarsi e lamentarsi di non avere forze, risorse, soldi,  non serve ad altro che a perseverare nella negatività, perchè è vero che volere è potere, perchè se si vuole veramente qualcosa allora nessun’azione diventa compromesso o sacrificio, perchè tutto viene fatto in funzione dell’obiettivo, e quindi tutto è fatto con piacere e consapevolezza…
Di certo la lettura di queste pagine mi ha dato un input molto simile a quello che mi dette leggere “La verità è che non gli piaci abbastanza” ma spero avrà conclusioni diverse da quelle che trassi all’epoca, in quel periodo particolare della mia vita…
E comunque in ogni caso ho imparato qualcosa, buonanotte!
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