Il gioco della morte e la sottomissione all’autorità – Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! (Taken from informarexresistere)


Il gioco della morte è stato realizzato dal giornalista francese Christophe Nick. Il regista si è ispirato al celebre esperimento compiuto nel 1961 dallo psicologo statunitense Stanley Milgram (che ha ispirato Peter Gabriel per la canzone We Do What We’re Told (Milgram’s 37), mentre sulla base di uno studio simile è stato girato il film del 2001 The experiment, di Oliver Hirschbiegel): un soggetto ignaro aveva il compito, imposto dallo sperimentatore, di somministrare una scarica elettrica ad un individuo (un attore complice dello sperimentatore) se questi non fosse riuscito a rispondere ad alcune domande; all’aumentare dell’intensità della scossa, l’attore simulava dolore e arrivava a supplicare la “cavia” perché interrompesse quella che potenzialmente stava diventando una torturaI risultati furono sconcertanti: il 62% dei soggetti non si ribellò all’ordine ricevuto, arrivando
a somministrare, in alcuni casi, scariche potenzialmente mortali. Nel suo documentario, Christophe Nick ripete l’esperienza, ma la trasla in un reality show: in questo caso è l’81% dei ‘concorrenti’ a perpetrare consciamente una vera e propria (ancorché fittizia) tortura ad un proprio simile.
A cosa si deve un simile risultato? Durante il dibattito che ha preceduto la messa in onda del documentario (ne potete vedere una parte qui), il regista ha sottolineato che nel suo Jeu de la mort, a differenza di quanto avveniva nel ’62, ‘l’autorità’ che impone la punizione della scarica elettrica corrisponde alla semplice regola di un gioco televisivo, al quale le ‘cavie’ si sottopongono di propria iniziativa: Nick ha affermato che, mentre una dittatura impone le proprie regole in modo chiaramente violento, in un reality cui il soggetto abbia scelto di partecipare egli sentirà l’autorità come legittimata dal proprio stesso volere, e le concederà maggiore credito rispetto a quello che riconoscerebbe a un qualsiasi totalitarismo.
La questione – ampia e complessa, di cui qui vogliamo solo esporre gli estremi – è di grande importanza per il nostro quotidiano: oltre a porre l’interrogativo su quale sia, oggi, il limite davanti al quale il mezzo televisivo debba arrestare la propria corsa, i risultati di entrambi gli esperimenti richiedono un confronto e una profonda riflessione sulla potenza – si badi – non tanto del mezzo televisivo, quanto dell’impressione, data dai media (e in particolare dalla TV) ai propri fruitori, di essere sempre e malgrado tutto ‘padroni’ dei messaggi che tali media veicolano. Se io decido se e quando partecipare a un reality, ma anche guardare la televisione o leggere un giornale, se io decido a quale reality partecipare, ma anche quali programmi guardare o quali giornali aprire, se cioè nessuno mi vieta o m’impone con la forza l’una o l’altra cosa, allora resto comunque in grado – ne ho la forte impressione – di controllare l’influenza che i media esercitano sul mio pensiero, e quindi sulle mie azioni. Non importa (difficile che lo si colga) quanto il modello che mi si propone di riprodurre, in un reality o nella vita, sia stereotipato o violento: nutrirò sempre la granitica convinzione di restare padrone di me stesso… che importa se ciò accade in virtù di una libertà parziale, e quindi del tutto illusoria?
Ciò che differenzia l’esperimento del regista francese da quello del suo predecessore Milgram, e che forse è da considerare per comprendere lo scarto fra i risultati dei due studi, è proprio la ‘legittimità’ di cui, nel caso del reality di Christophe Nick, si fregia l’autorità, secondo la visione (perlopiù inconsapevole) dei soggetti ignari: poiché a monte non c’è una vera e propria imposizione, bensì un ‘gioco’ cui essi hanno liberamente scelto di partecipare, il senso di costrizione (che poteva invece insorgere nell’esperimento di cinquant’anni fa) risulta necessariamente mitigato, se non quasi annullato, dall’impressione di essere stati ‘protagonisti agenti’ della decisione iniziale – e non vittime a loro volta di un’imposizione dall’alto. Sono al contempo ‘complici’ degli ideatori del gioco, in quanto ne hanno deliberatamente accettato le assurde regole, ma sono anche ‘più innocenti’ di loro nei confronti della vittima: parteggiano, e quindi ‘sono liberi’, ma al tempo stesso conservano la possibilità di considerarsi semplici esecutori di un ordine superiore (come accadeva nell’esperimento di Milgram). Sono, insomma, potenzialmente al riparo da ogni senso di responsabilità nei confronti dei propri atti. Quanto, c’è da chiedersi, questa (parziale) fotografia rispecchia ciascuno di noi, alle prese con pensieri e azioni di ogni giorno?

I risultati:
nel 1961, il 62,5% arriva alla fine dell’esperimento
nel 2010, + dell’80% arriva alla fine dell’esperimento


fonte

Così sconcertante che non fatico a crederci.

Il film “The Experiment” l’ho visto a suo tempo, e quando mi resi conto che era tratto da un avvenimento reale……….era diversi anni fa, rimasi alquanto perplessa, un po’ incredula, ma anche all’epoca, non troppo meravigliata (purtroppo).

L’uomo è l’unico animale capace di infliggere delle sofferenze ai propri simili per motivi che non siano:

– cibo

– sopravvivenza

– riproduzione

e questo, traendo spunto da un post di Mr Loto, mi fa riflettere su chi sia davvero la razza “evoluta” e quale quella involuta sul nostro pianeta.

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