Quando un sito è in grado di cambiarti (e consapevolizzarti)


Ero arrivata su questo sito per tutt’altro motivo, leggendo questo articolo:

” Il lutto è uno stato emotivo inevitabile e necessario nella vita di ognuno di noi, legato prevalentemente alla morte di una persona molto importante.

Il lutto si prova anche in occasione di importanti separazioni che riguardano diversi aspetti della nostra vita.

Il lutto infatti può essere legato alla morte di una persona, ad un allontanamento dai propri luoghi familiari, alla fine di un impegno importante o di un lavoro, alla fine di una possibilità di cambiamento, alla perdita del proprio ruolo sociale, ad un fallimento personale o lavorativo, alla nascita di un figlio malato, etc…

Superare il lutto è talvolta un’esperienza molto difficile che in taluni casi, può innescare sindromi depressive.

Non bisogna però confondere la normale reazione ad un lutto, che presenta manifestazioni molto simili a quelle della depressione, con una vera malattia.

Le fasi del dolore Il dolore che provoca un lutto si sviluppa normalmente in cinque fasi.

  • Negazione della realtà e isolamento Si tratta di un meccanismo di difesa che ci permette di attenuare l’intensa fase iniziale del dolore. E’ una risposta psicologica temporanea.
  • Rabbia Quando gli effetti mascheranti della negazione della realtà e dell’isolamento cominciano a svanire, la realtà ed il relativo dolore riappaiono. Ma non si è ancora pronti. L’emozione intensa è deviata dall’oggetto del dolore e riorientata e si esprime come rabbia. Rabbia che si può anche orientare verso il soggetto che ci ha provocato il dolore. A questo si può aggiungere un senso di colpa per essere arrabbiati e questo non fa che alimentare la rabbia stessa.
  • Auto recriminazioni Si incomincia poi una fase in cui si auto recrimina su azioni che si sarebbero potute compiere per evitare o ritardare il lutto. Se ci fossimo rivolti al medico prima, se avessimo richiesto l’intervento di altri specialisti, in altre strutture.
  • Depressione Due tipi di depressione sono associati al dolore che provoca un lutto. Una depressione più profonda ed una più legata agli aspetti pratici che il lutto può comportare. La durata di questa fase varia da alcune settimane e sei mesi. Le manifestazioni più tipiche sono umore depresso, sentimenti di tristezza, inappetenza, crisi di pianto, agitazione e scarsa concentrazione. La maggior parte delle persone ha la sensazione che il defunto sia in qualche modo ancora presente.
  • Accettazione Dopo la fase di depressione, i sintomi depressivi regrediscono e la persona tenta di tornare alla normalità. La durata di questa fase è variabile e non tutti riescono a raggiungerla.”

Il motivo per cui leggevo questo articolo non è importante, ma è importante quello che ho letto dopo, ed esattamente altri 3 articoli, che se avete la pazienza e la voglia di leggere, vi riporto qui:

La Dipendenza Affettiva

Dott. Roberti

 La Dipendenza Affettiva è un disturbo mentale che soltanto da pochi anni in Italia sta interessando clinici e ricercatori che a diverso titolo si occupano del fenomeno delle dipendenze, mentre negli Stati Uniti da più di 30 anni sono condotte ricerche su questa tematica. Essa rientra nella più ampia categoria delle New Addictions (Nuove Dipendenze), che comprendono tutte quelle forme di dipendenza in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica (droga, alcol, farmaci, ecc.), ma l’oggetto della dipendenza è rappresentato da comportamenti o attività che sono parte integrante della vita quotidiana. Tali comportamenti in alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a invalidare l’esistenza del soggetto stesso e il suo sistema di relazioni, provocando quindi gravissime conseguenze (oltre alla dipendenza affettiva, tra le New Addictions possiamo annoverare: la dipendenza dal gioco d’azzardo, da Internet, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso e dal cibo).

Possiamo definire la dipendenza affettiva come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia, in cui uno dei due (nel 99% dei casi la donna) riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza. La continua ricerca d’amore ha tutte le caratteristiche della dipendenza da sostanze, tanto da condividerne alcuni aspetti fondamentali:

– l’ebbrezza: la sensazione di piacere, che il dipendente prova quando è con il partner, gli è indispensabile per stare bene e non riesce ad ottenerla in altri modi;

– la tolleranza: il dipendente ricerca quantità di tempo sempre maggiori da dedicare al partner, riducendo sempre di più la propria autonomia e le relazioni con gli altri;

– l’astinenza: l’assenza del partner (per lavoro ad esempio) getta il dipendente in uno stato di allarme. Talvolta il bisogno della presenza fisica dell’altro è talmente forte che il dipendente sente di esistere solo quando il partner gli è vicino. Il partner infatti è visto come l’unica fonte di gratificazione, le attività quotidiane sono trascurate e l’unica cosa importante è il tempo che si trascorre insieme.

Quali sono le principali cause all’origine della dipendenza affettiva?

Le cause vanno ricercate in particolari dinamiche familiari che hanno portato la persona dipendente a costruirsi un’immagine di Sé come di persona inadeguata, indegna di essere amata, dove il “termometro” della propria autostima è nella capacità di sacrificarsi per la persona amata. Sono persone che riescono a tollerare tradimenti o anche violenze da parte del partner perché senza di lui si sentirebbero completamente perse. Teniamo anche presente che molte donne, dipendenti affettive, hanno subito abusi sessuali, maltrattamenti fisici ed emotivi durante l’infanzia che non sono da sole riuscite ad elaborare.

Come si crea la dipendenza affettiva dal partner?

La dipendenza affettiva nasce prima dell’inizio del rapporto di coppia. La persona dipendente d’affetto ricerca inconsciamente un partner che possiede già tutte quelle caratteristiche che la porteranno a soffrire. Anche quando il rapporto finisce (normalmente il dipendente viene lasciato), la persona dipendente troverà una nuova relazione in cui metterà in atto le stesse dinamiche di coppia. La dipendenza affettiva affonda le sue radici nel rapporto con i genitori durante l’infanzia. La dipendenza dall’altro è una condizione naturale degli animali e ancor più dell’uomo, soprattutto nei primi anni di vita, quando lo sviluppo cognitivo-emotivo e la formazione dell’identità non sono ancora completati, e quando la relazione con le figure adulte è lo strumento privilegiato di conoscenza di Sé e del mondo. Chi da adulto è dipendente d’affetto, quando era bambino ha ricevuto continui messaggi da parte dei propri genitori di non essere degno di amore né di attenzioni. Spesso sono stati dei bambini che sono dovuti crescere troppo in fretta e hanno dovuto prendersi cura dei propri genitori, imparando così che l’unico modo per ottenere amore è quello di sacrificarsi per l’altro. Ciò che accomuna l’infanzia di chi soffre di dipendenza affettiva è comunque una situazione di carenza affettiva che da adulti si cerca di colmare e compensare con atteggiamenti iperprotettivi e controllanti nei confronti del partner.

Quali sono i principali comportamenti che si hanno quando si dipende dal partner?

La scarsa autostima all’origine della dipendenza affettiva fa sì che la persona si comporti nei modi più disparati pur di venire incontro ai bisogni del partner. Le donne dipendenti attuano comportamenti protettivi nei confronti del partner, rivestendo i ruoli di confidente, mamma, o infermiera in base alle necessità. La donna tende a mettere da parte i propri bisogni nel rapporto di coppia, e nelle situazioni conflittuali soffoca la rabbia, la rimuove o la dirige contro sé stessa, manifestandola spesso in forma di sensi di colpa. Dietro tutto questo c’è sempre la paura che il partner possa abbandonarla. L’uomo dipendente invece è più facile che mascheri il proprio bisogno d’affetto proiettandolo fuori di sé, investendo gran parte delle energie nel lavoro, impegnandosi in hobby e sport, o comportandosi in maniera protettiva, talvolta fino all’eccesso della gelosia patologica.

È possibile che una persona cerchi sempre di ricreare le stesse dinamiche e si trovi sempre ad avere storie di dipendenza affettiva? Perché?

Freud parlava di coazione a ripetere, quel processo che conduce il soggetto a riproporre automaticamente dinamiche, comportamenti e situazioni negative del proprio passato, in maniera del tutto inconsapevole, senza avere quindi la capacità di un cambiamento per il futuro. Accade a tutti e fa parte del modo normale di funzionamento della mente. E’ come se la persona avesse imparato a recitare solo e sempre lo stesso copione: per cambiare bisogna arricchirne le trame ed i personaggi.

Cosa accade nella coppia quando si verifica un tale squilibrio?

La coppia, quando si è costituita e funziona, è in perfetto equilibrio così com’è. Chi la osserva da fuori invece ne percepisce lo squilibrio o, meglio, il disagio profondo. La dipendenza affettiva, diversamente da quanto a volte si manifesta all’evidenza, non è un fenomeno che riguarda una sola persona, ma è una dinamica a due. Il partner che “sceglie” di stare con una persona dipendente d’affetto, ha spesso anche lui il bisogno di essere accudito e di avere una relazione di tipo figlio-madre anziché alla pari, per dinamiche e problematiche familiari irrisolte. Oppure, al contrario, può trovarsi ad esercitare un ruolo di persona sfuggente, irraggiungibile o rifiutante (per esempio quando il dipendente d’affetto cerca un partner sposato o non interessato alla relazione), per sentirsi così al centro dell’attenzione e compensare anche lui dei vuoti affettivi mai colmati.

Come affrontare la dipendenza affettiva del proprio partner?

L’equilibrio di coppia si fonda sempre sul dialogo, sul rispetto di sé stessi e sul riconoscimento dell’altro come individuo prima che come partner. Se manca uno di questi tre ingredienti occorre ripartire da lì. Ognuno di noi poi può aver attraversato un periodo di dipendenza affettiva: la possibilità di uscirne e di creare in seguito rapporti più autentici risiede nella capacità di ognuno di prendere coscienza del problema, di confrontarsi con il partner, mettersi in discussione e contrattare il rapporto su nuove basi, mettendo da parte le ipocrisie ed affrontando le paure reciproche. Nel momento in cui il disagio e la sofferenza diventano troppo pesanti, tanto da compromettere seriamente la vita quotidiana, è bene rivolgersi ad uno psicologo. L’obiettivo del processo terapeutico è rappresentato dall’acquisizione di consapevolezza, scoprire la propria fragilità può trasformarsi in una forza che permetterà di avere una più chiara visione della realtà e di conseguenza la capacità di migliorare la propria vita.

Abuso intrafamiliare sui minori

a cura di

Dott.ssa Laura Tullio

La letteratura sui fenomeni sociali ci insegna che, a dispetto di quanto si possa pensare, molte delle violenze verso i minori avvengono all’interno della famiglia, da parte di quelle figure allevanti da cui dovremmo sentirci protetti. Inizialmente il maltrattamento venne considerato essenzialmente come fisico, quindi si faceva riferimento in particolar modo all’abuso sessuale e al problema sociale dell’incesto. Solo in tempi recenti si è superato il limite che voleva il maltrattamento infantile circoscritto a quello fisico e sessuale, estendendolo ad una visione più ampia in cui furono presi in considerazione anche la trascuratezza e l’abuso psicologico. Nel 1978 fu il Consiglio D’Europa a darne una definizione, sostenendo che l’abuso è rappresentato: “dagli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino e attenuano la sua incolumità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o le lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cure del bambino”. Il child abuse comprende ogni forma di violenza fisica e psichica subita dal bambino e suggerisce una classificazione degli abusi che comprende sia quello fisico che psicologico. Ad oggi, i comportamenti classificabili come abusanti, presenti anche in situazioni intrafamiliari, sono:

  • Abuso sessuale

  • Maltrattamento fisico

  • Maltrattamento psicologico

  • Patologia delle cure

    Il maltrattamento fisico è riscontrabile quando i genitori o chi si prende cura del bambino, eseguono o permettono l’esecuzione ad altri di lesioni fisiche sul minore. Il maltrattamento può essere lieve (cure ambulatoriali), moderato (ricovero ospedaliero) o severo (rianimazione/morte). In genere questo tipo di comportamento si riscontra in famiglie problematiche, in cui vi sono grossi conflitti di coppia.

    Il maltrattamento psicologico se possibile è il tipo di comportamento più grave che un adulto possa compiere ai danni di un minore. La sua caratteristica principale è quella di essere subdolo perché protratto nel tempo e perché fatto di messaggi ambigui dai quali il bambino, proprio a causa della sua dipendenza affettiva, non riesce a difendersi. Ciò determina irreparabilmente il comportamento, la maturazione cognitiva, l’affettività e la crescita fisica del bambino. Il primo maltrattamento verso un minore è di non accettarlo, escluderlo e confinarlo ai margini del nucleo familiare. Anche l’offesa continua, il confronto con altri bambini o fratelli e l’uso di una gestualità denigratoria, sono da considerarsi a discapito della sana evoluzione del minore.

    Le conseguenze degli abusi posso essere gravi e patologgizanti per il minore, soprattutto se si verificano entro i tre anni di età. Il bambino maltrattato non sviluppa un’immagine positiva e del tutto integrata si sé che nel corso dello sviluppo, nell’assenza di fattori protettivi, può portare alla formazione di disturbi di vario genere (depressivi, scolastici, della condotta alimentare, comportamentali…).

    Caratteristiche della famiglia abusante

    E’ fondamentale specificare che non si parla mai di genitore abusante, ma di famiglia abusante. In questo l’ottica sistemico-relazionale ha specificato come, le violenze sui minori devono essere considerate come una patologia che si ritrova nel contesto globale della famiglia, in quanto, ogni suo membro riveste un ruolo specifico nella trama relazionale disfunzionale che, con il tempo, si cristallizza portando a comportamenti classificabili come recidivi. Essenzialmente sono stati individuati due profili di famiglia “incestuosa”: nella prima, organizzata secondo un modello patriarcale, troviamo un padre padrone, spesso violento e maltrattante e una madre sottomessa che non ha nessun potere decisionale. Nella seconda tipologia riscontriamo una madre assente, impegnata molto fuori di casa ed un padre immaturo e fragile che dipende dalla moglie, spesso percepita come figura dominate. In entrambe le famiglie c’è un rapporto coniugale complementare, dove i figli sono facilmente invischiati e strumentalizzati. Le famiglie abusanti, sono chiuse in loro stesse, hanno scarsi contatti con l’ambiente sociale e con la famiglia di origine, a causa del “patto segreto” che li mantiene uniti. La fragilità più grande di questi nuclei familiari è rappresentata dalla paura del cambiamento; spesso infatti, queste tendono a mantenere i rapporti disfunzionali che li legano a dispetto del cambiamento vissuto come minaccia per “l’equilibrio” familiare.

     

La violenza domestica

La violenza domestica, cioè quella compiuta all’interno delle mura di casa da parte di un familiare, è, tra le diverse forme di violenza sulla donna, quella che si verifica più frequentemente e con maggiori tragiche ripercussioni sulla salute psicofisica della vittima.

La violenza contro la donna (dentro e al di fuori delle mura domestiche) viene definita dall’art. 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993, come:

«Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata».

Esistono quindi diversi tipi di violenza domestica sulla donna: violenza fisicaviolenza psicologicaviolenza sessuale, violenza economicastalking. Parliamo di violenza sulla donna perchè la violenza vede nella maggioranza dei casi la donna come vittima. Le stesse forme di violenza però possono essere indirizzate anche contro gli uomini e sono altrettanto perseguite dalla legge in quanto reati.

VIOLENZA FISICA

La violenza fisica consiste in qualsiasi forma di aggressività e di maltrattamento contro le donne, contro il loro corpo e le cose che a loro appartengono. Spesso è esercitata con forza, per determinare nella donna un ruolo di sottomissione.

Essa consiste ad esempio in : pugni, schiaffi, spintoni, strattoni, botte, distruzione di oggetti, altre cose di vario genere.

VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica consiste in attacchi diretti a colpire la dignità personale, forme di mancanza di rispetto, atteggiamenti volti a ribadire continuamente uno stato di subordinazione e una condizione d’inferiorità.

Essa consistead esempio in : critiche continue, insulti, umiliazioni, denigrazioni anche in presenza di altri, continuo controllo, tentativo di isolare le donne da parenti e amici, minacce contro la persona, contro i figli o la famiglia.

(…)

Conseguenza della violenza

I vissuti che più facilmente accompagnano la vittima dopo aver subito una violenza sono:

  • Aver sbagliato qualcosa. Sentirsi responsabile. Sentirsi in colpa.
  • Sentirsi sola, l’unica persona ad essersi trovata in questa situazione.
  • Vergognarsi per quanto accaduto.

Che cosa fare

E’ importante sapere che questi vissuti di colpa e impotenza sono comuni alle vittime, e che se si riesce a chiedere un aiuto esterno si possono superare le devastanti conseguenze psicologiche delle violenze subite. E’ fondamentale quindi:

  • Riconoscere di vivere o aver vissuto una situazione di violenza.
  • Riconoscere che la violenza non è mai giustificabile.
  • Riconoscere che non si è mai responsabili della violenza che si subisce.
  • Riconoscere che è normale sentirsi depressi e tristi.
  • Parlare di quello che si sta vivendo con qualcuno, che possa capire e dare aiuto.
  • Rivolgersi ai centri antiviolenza.

fonte

Se siete ancora vivi e avete letto tutto allora vi dò anche un mio parere, senza entrare troppo nello specifico che non mi sembra il caso…

Diciamo che in molte di queste cose mi sono riconosciuta, e diciamo che anche la storia dei sensi di colpa, mi ha colpito.

Spesso in maniera subdola ci viene fatto credere che la colpa di certe situazioni (per noi) spiacevoli sia nostra, o siamo noi stessi a metterci in questa posizione da soli, perchè ci viene più facile denigrare il comportamento di noi stessi piuttosto che reputare che quello delle altre persone (per noi importanti, o che magari idealizziamo al di là di qualunque fatto pratico che ne dimostri la “difettosità”) possa essere stato volutamente (o non volutamente) “cattivo”.

Soprattutto quando si sono vissute situazioni difficili da bambini, all’interno del nucleo familiare, si finisce per entrare nel loop delle relazioni sbagliate anche nella vita, di qualunque genere, e nel loop della violenza subdola psicologica che molte persone riescono ad esercitare perchè trovano terreno fertile.

Ma come scritto su appunto, non c’è MAI una giustificazione alla violenza, se io ricevo uno schiaffo posso scegliere di rispondere con altri 10, di non rispondere affatto, di restare, di andarmene o di fare una carezza, ma non è scritto da nessuna parte che ad una sofferenza si debba reagire con la violenza (e sono schemi in cui a volte ricado anche io…).

Giuro che leggere queste pagine stanotte mi ha illuminato, ancora di più, in un momento di fragilità psicologica, che stasera ero veramente daun,e giuro che mi è stato così utile che ora ho anche la forza di andare a dormire più serena, più consapevole…

Buonanotte!

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